Non avendo di meglio da fare oggi ho cercato sul magico mondo del web il significato della parola Trump ed è sbucato questo significato:
- indica la briscola in un gioco di carte, cioè la carta o il seme che prevale sugli altri.
- In alcune accezioni britanniche arcaiche, trump può riferirsi a emissioni sonore (flatulenze), ma questo uso è raro e non collegato al cognome o al gioco di carte.
Quest’ultima spiegazione mi ha fatto sorridere perché rappresenta in pieno un Mondiale che ha raccontato una prima fase pressoché inutile, con le squadre più decenti (non le più forti in generale, le più decenti) a sfidarsi dai sedicesimi dove per migliorare il pathos in stile fiction a stelle e strisce sono uscite nell’ordine:
- Germania contro il Paraguay
- Olanda contro il Marocco
E subito ad eleggerle come flop tedesco ed eterna incompiuta orange.
Poi, spavento Brasile sino al sopracciglio sollevato di Ancelotti contro il Giappone (in rimonta) e l’Argentina che tanto rideva e che sfida il Capo Verde (in gita pagata dalla FIFA, con gli Azzurri a casa, grazie ragazzi) vince solo ai supplementari.
L’appeal di questo Mondiale mal si crea, tra interruzioni per reidratarsi (pubblicitariamente) e show all’americana che non si riconducono all’essenza del Mondiale stesso. Tutti noi avremmo voluto l’entusiasmo di Lele Adani, in una versione ultradimensionale, ma proprio il colpo di fulmine non arriva.
E allora ottavi di finale ed ecco la perla Folarin Balogun. Trump, non come emissione sonora ma come capo supremo, decide in un colpo solo di riscrivere le regole del soccer, sport che forse sta iniziando a capire e di conseguenza può strumentalizzare a piacimento. “Espulsione è quando arbitro fischia (ma squalifica decido io)” avrebbe detto Boskov sputando su questo calcio che descrivono per tutti ma che alla lunga è per pochi e quei pochi neanche lo capiscono.
In buona sostanza, l’unico attaccante decente degli Usa dai tempi di Landon Donovan gioca nonostante la precedente espulsione e questo fa incavolare Lukaku e soci che sommergono gli Stati Uniti per 4-1, con esultanza a mimare una telefonata. Chissà a chi.
Poi ecco il quasi miracolo Egitto, che prova a terrorizzare l’Argentina vincendo per 2-0 a dieci minuti dalla fine. Braccino o no Adani, Messi e Lautaro riescono ad esultare tre volte nel 3-2 che vale il passaggio del turno, con gli egiziani privati di un gran gol perché il regolamento a pagina 564 recita: “Messi deve arrivare quanto meno in semifinale“.
Non ride il Brasile. Anzi si deprime. Mette alla prova il rapporto passionale tra Haaland e la palla, con quest’ultima che fa sempre ciò che Erling dice e che con una splendida doppietta, con due tocchi in partita, fa impazzire una nazione che si guadagna la simpatia eterna per le esultanze folli.
Per i verdeoro ci sarà tantissimo da lavorare, per Ancelotti ancora di più.
Con Usa e Canada fuori agli ottavi per The Donald arriva il momento di scegliere una preferita. Non riesce a capire chi sono i giocatori del Marocco trapiantati in Francia e i Blues vincono agevolmente. Prende in odio il Belgio e passa la Spagna per 2-1, così che il Capo supremo che un tempo batteva Vince McMahon a Wrestlemania vede Rodri con la fascia da capitano e se ne innamora. Vorrebbe una foto con lui, ma non l’avrà, anche se questa è la storia finale.
Va avanti anche l’Inghilterra che trova in Harry Kane l’uragano che in maniera maestosa si prende sulle spalle l’intero attacco. Noi che siamo cresciuti col mito di Alan Shearer ne siamo orgogliosi e anche Haaland deve inchinarsi (nonostante Sorloth abbia sulle spalle una pecca di egoismo). Come Adani, quando l’Argentina di Messi distrugge la Svizzera per 3-1; se non fosse per gli apparecchi tv che hanno disattivato il sonoro sarebbe tutto quasi perfetto.
In semifinale Francia-Spagna. E’, scegliere la meno peggio visto che i cuginetti transalpini non vedono l’ora di sfottere noi, nazione del quinto mondo calcistico, priva di talento in A, di stadi che attirano i tifosi, di arbitri non criticati, di prescrizioni che volano ovunque, troviamo comunque il modo di esultare. In maniera patetica diciamo che loro sono a casa come l’Italia.
Solo che loro hanno Mbappé che ha scritto la storia e noi… nessuno.
Sponda opposta Inghilterra-Argentina è una signora partita. La decide un signore tedesco che una volta che vede gli inglesi in vantaggio decide di sposare la religione Messiana. Il problema è che quel tedesco è Tuchel, l’uomo che volle distruggere la mano di Conte con una bella stretta ai tempi di Chelsea-Tottenham e che si priva di attaccare l’Albiceleste una volta in vantaggio, per il gol decisivo di Lautaro Martinez che poi legge su i giornali che è tra i candidati al Pallone d’Oro.
Il suo Mondiale finisce qui.
La finale Spagna-Argentina è il giovane leone che colpisce il vecchio. Sono 120 minuti in cui la Roja ha giovani che corrono (Cubarsi e Yamal 19 anni, Gavi 21, Pedri 23, Nico Williams 24), che corrono talmente tanto da voler giocare per due giorni di fila. S’inchinano con onestà all’uomo che ci ha fatto divertire tanto in questi 20 anni, Lionel Messi, ma che in finale non ha proprio fatto nulla. Con l’aggravante che la stanchezza gli fa far brutta figura con Cucurella.
E basta con i paragoni con Maradona. Diego non appartiene a questa fascia di campioni.
Così al fischio finale non subentra nessuna nostalgia per la competizione appena finita. Anche se Rodri di botto si eleva a mito. Sposta con garbo ma anche con decisione The Donald che del Mondiale nulla sa e nulla saprà, una competizione che ha creato leggende e che il dollaro ha ucciso moralmente.
Meno male che fra poco inizia la Serie A.
E a Trump questa non importa.


