Prima di Nibali e di Pantani il Tour de France è stato terreno di conquista dello scalatore Ottavio Bottecchia.

Claudio Gregori, libro edizione 2017, ne racconta le gesta in un capolavoro di 506 pagine, che narra un tempo in cui le bici attraversavano strade dissestate dopo la prima guerra mondiale, con tappe al Tour proibitive, con inizio a notte inoltrata e arrivi nel tardo pomeriggio.

Bottecchia, chiuso in Italia dalla classe di Costante Girardengo, scopre in Francia la sua “America“, primo italiano ad indossare la maglia gialla, in un Tour, quello del 1924, che lo vide in giallo dalla prima all’ultima tappa.

Ma quella gloriosa corsa è il proseguo del Tour di Bottecchia datato 1923, dove a causa dell’inesperienza arriva alle spalle del compagno di squadra Henri Pellissier.

Sono anni duri, in cui vincere un gran giro cambia la vita e per Bottecchia arriva anche il bis alla Grand Boucle, trionfando nel 1925, imponendosi con più di un’ora di vantaggio sul secondo, Lucien Buysse, riuscendo così poi a comprare casa e vivere una vita più agiata per l’epoca.

Bottecchia (Bottescià per i francesi), però godrà per poco quel lusso, nel maggio 1927 perderà il fratello Giovanni, investito da un’auto alla cui guida vi era Franco Marinotti, testimone di nozze di Benito Mussolini e gerarca fascista.

Ottavio, per cercare un risarcimento che potesse consentire il sostentamento alla famiglia di Giovanni e alle figlie, si scontrò furiosamente col Marinotti, tanto da esser punito, si presume, a bastonate sulla bici.

Scriviamo si presume, perché Ottavio Bottecchia venne trovato agonizzante sulla propria bici il 3 giugno 1927, con fratture al cranio, il successivo coma e la morte, avvenuta il 15 giugno.

Alla moglie, in punto di morte, Bottecchia rivela di aver avuto un malore in bici, ma la tesi ancora oggi non ha trovato conferme, visto il periodo particolare dell’Italia di fine anni 20, l’antifascismo e un funerale del Dio in Francia cui non parteciparono né Girardengo né Binda, ben visti dal Duce.

Le ipotesi sulla morte di Bottecchia furono tante e ancora allo stato attuale senza risposta, da un tradimento sentimentale e successiva punizione del marito che lo scopre ad un giro di scommesse cui Ottavio non volle mai partecipare.

Resta il ritaglio di un ciclismo mitologico, tra episodi di borracce avvelenate e sostanze proibite per tener svegli i corridori, con le grandi firme giornalistiche di Bruno Roghi, Emilio Colombo, Armando Cougnet e Vittorio Pozzo.

A Bottecchia è intitolato lo stadio di Pordenone.