Gio. Dic 2nd, 2021

“LA VITA NON E’ ASPETTARE CHE PASSI LA TEMPESTA, MA IMPARARE A DANZARE NELLA PIOGGIA”. Dedicato a mia madre.                      

Il mese del silenzio, del buio e poi del Pirata che ha ispirato questo dialogo

“Posso?” Chiese un giornalista della Sardegna a quel ragazzo dallo sguardo triste.

“Teoricamente no, ma i tuoi occhi hanno un qualcosa di simile ai miei,che ti è successo?”

“Vorrei non parlarne subito, lei è chi penso che sia? Quel ciclista famoso?”

“Senti, se iniziamo con il dare del lei qua non ci siamo, siediti che ordiniamo qualcosa da bere”.

“Ok, io prendo una birra, sai, son sardo, abbiamo una certa dimestichezza”.

“Ah no, io no” disse il ciclista, “Io corro domani e mi tengo leggero”.

“Come corri? Ma non sei… “ chiese Francesco, il giornalista, ma Marco, il ciclista, lo bloccò subito:

“Lo so, sono… ma qua si corre lo stesso, anzi, mi dici come hai fatto ad arrivare qui?”

“Semplice, è un sogno, solo nei sogni posso ora rivedere i miei cari, però prima di rivedere gli occhi di mia madre ho visto te, e non riesco a trovar persona che meglio di te può darmi una mano a capire, a proseguire questa maledetta salita. Sai, sono pur sempre un tuo semplice tifoso”.

“No, sei una rottura di palle non un tifoso, mi cerchi per ogni cosa, Marco cosa faccio qui, Marco come affronto questa salita, Marco di qua, Marco di là, oh, io domani affronto Bartali e Coppi, mica Tom e Jerry”.

Il giornalista sorride. Ma trema.

“Sai piccolo giornalista, qua noi vediamo tutto, vediamo cosa succede, sia le cose belle che quelle brutte. Ci dedichiamo più a quelle brutte perché restano nella mente più spesso. E son difficili da superare”.

“Tu ne sai qualcosa vero?”

“Beh, ti ho fatto sedere in questo tavolino di questo speciale bar perché conosco le tue lacrime. Eh, non eri preparato eh? – disse sorridendo Marco – “Non ti aspettavi di piangere così tanto?”

“No, sono orgoglioso io”, disse Francesco, “Maledizione se lo sono, quando ho perso mio padre per non dar soddisfazione a nessuno di piangere in chiesa mi son fatto 4 giorni di febbre alta”.

“Ma orgoglioso di che, piangere è normale, io l’ho fatto un giorno che da una macchina un vecchietto mi ha urlato stai a casa, dopato. A me, a me che con questa bici mi son rotto di tutto e di più, ho affrontato la fisioterapia quando il Giro era disegnato era per me e l’avrei vinto. Ho pianto in quella maledetta salita del Chiunzi quando, vedi tu, un gatto mi prende in pieno”.

“Si, lo so, ma poi ti sei rifatto” replicò il giornalista sorseggiando una birra che gli viene recapitata addirittura dalla Sora Lella che con gentilezza sorrise: “Anvedi oh, e questo da che pasticcio ariva? Mortacci de Pierino”.

Marco interruppe la timida risata all’espressione della mitica Sora Lella e quasi arrabbiato replicò: “Non è il fatto di essermi rifatto o no, è che ho dato la vita per la bici, mi son privato di tante cose, son stato arrabbiato quando perdevo vedendo porcherie e non ho mai gioito più di tanto per le vittorie. Poi una volta che cadi davanti ai tranelli non ti rialzi più e chi se ne frega del trionfo“.

Il giornalista rimase senza parole e Marco tentò di cambiare discorso chiedendo: “Tu invece perché sei qui?”

“Voglio capire”, disse Francesco, “Voglio capire cosa sia l’accanimento, voglio capire perché succedono cose brutte a persone belle, ho difficoltà a credere che realmente esista qualcuno che vegli su di noi se poi quando prendi botte atroci non capisci se vale la pena proseguire”.

“Ti riferisci al 30 gennaio Franceschino?” con Marco che ormai ha preso in simpatia quel giornalista che all’esclamazione del Pirata si rovescia un po’ di birra sulla giacca.

“Già, quella notte, quel pianto della mia piccola sorellina, quelle parole dei medici, quel vuoto freddo che ho sentito a quelle parole. Perché accanimento sulla mia mamma? Che male aveva fatto?”.

“Sai – si fece serio Marco – io son qua dal 2004 e ancora non ci ho capito molto. Vedo tante persone famose e non, vedo persone che voglio bene, ad esempio quel vecchio che sfreccia sulla moto carrozzella è mio nonno, l’altra mattina ha quasi investito San Pietro perché era in ritardo per pescare”.

Un sorriso affiorò su Francesco: “Allora Marco in pratica qua ci son tutti? Io ho l’imbarazzo della scelta allora, sai son giornalista per imitare mio zio”

“Si, che palle anche lui”, disse Marco, “A me stressano di continuo, di recente ho incrociato anche Gianni Mura che mi ha urlato ciao Pantadattilo e son finito dentro un cespuglio di rose, almeno avevano un bel profumo, qua ci son veramente tutti e tutti al meglio della forma. Pensa, tuo zio ti osserva, ti incasina e poi dice sghignazzando che il nipote si farà, che non per nulla gli ha fatto entrare in testa le radiocronache di tutto il calcio minuto per minuto, anzi, sai che facciamo ora, vieni un attimo con me che ti faccio vedere una cosa”.

 Il ragazzo viene quasi preso per mano da Marco, che gli intima con l’indice sulle labbra si osservare con silenzio un tavolino nascosto nel bar degli angeli.

“Guarda che silenzio lì, ci son due persone che giocano a carte, guarda ora quando vince uno come s’incazza l’altro, sono uno spasso, hai riconosciuto chi sono?”.

“Certo – disse Francesco emozionato – son Ciotti e Ameri, cavolo come sono belli!”, ma Marco non era soddisfatto, doveva fare uno scherzo dei suoi: “Ciotti, scusa Ciotti, son Pantani da Cesenatico…prrr!” e via una pernacchia che imbarazzò la clientela, salvo poi far scattare una risata improvvisa.

“Mannaggia a Pantani – disse Ciotti – ora ho perso il conto con Ameri e mi tocca pagare gli aperitivi. Senti Enrico, paghi tu poi facciamo tutto un conto… sai non ho portafoglio”.E ti pareva” sbuffò Ameri, “E’ sempre così”.

Francesco osservò la scena dietro Marco, quasi intimorito dagli sguardi, poi chiese al Pirata di ritornare al tavolino precedentemente occupato.

“Scusa Marco, Ciotti e Ameri son sì i miei miti, ma vorrei parlarci quando sarò in forma, non ora”.

“Si lo so piccolo casinista sardo, tu e le tue domande, tu e la tua fatica di rialzarsi, tu e la paura di non farcela, ma ci sei già passato o sbaglio?”.

“Sì – con sorriso amaro – purtroppo sì, prima mio zio, poi mio padre, poi un grande amico, i nonni, ora mamma, insomma ho una discreta compilation di sfiga”.

“Ma che sfiga e sfiga pirletto – si mise a ridere Pantani – qua è un po’ come un album di figurine, hai una stella per ogni persona che perdi, hai uno sguardo da qua ai piani bassi ogni volta che respiri, hai un abbraccio ogni volta che il vento ti sfiora, hai un bacio ogni volta che ti acceca il sole, qua noi ci divertiamo. Ti sei mai chiesto perché le foto nelle lapidi sono il più delle volte serie? Perché mica possiamo farci immortalare mentre ridiamo ai vostri sguardi, ai vostri pensieri, perché spesso ci fate ridere con le vostre seghe mentali, mentre noi sappiamo che tutto alla fine si risolverà”.

La conversazione, iniziata in maniera timida e difficoltosa, assume contorni piacevoli.

“Senti Francesco, noi non abbiamo modo di sapere sulla terra il perché le cose vanno male, il perché molte volte il dolore segna gli sguardi e le lacrime hanno modo di fare compagnia continua, ma devi anche sapere che come in bici la salita è bella alla fine, quando ti accorgi che la tempesta è passata e tu neanche sai come, ma anche il salirci non è male, quando il dolore ti attanaglia e non ti molla più, poi arriva l’attimo in cui ti accorgi che tutto è passato. Anzi, ti svelo un altro segreto”.

Pantani alza la mano e chiama una sorta di kakapo, un pappagallo grasso e discretamente osceno. “Vedi, questi cosi hanno già un nome bizzarro, ma sono i portantini del dolore, ogni tanto scendono giù sulla terra, sono invisibili, si attaccano al tuo corpo e sprigionano tristezza. Non puoi farci nulla, ma noi qua invece facciamo così…”

Marco ne acchiappò uno, lo prese per la ciccia e urlò: “Van Basten al tirò, reteeee!” e con un calcio spedì il kakapo in un canestro dove un giocatore era intento a provare le schiacciate all’indietro.

“Scusa Kobe – disse Pantani – facevo vedere ad un amico come si toglie la tristezza di torno”.

“Marco hai rotto – disse Kobe – Domani come esci con la bici e scatti te ne lancio uno addosso” e i due scoppiano a ridere.

Il Panta tornò serio. Lui che nella sua vita è stato solare e burlone fino al 99 ora ha lo sguardo segnato dalla tristezza. “Mi manca star laggiù, non posso negarlo, mi manca mandare in confusione la mia mamma Tonina, mi mancano le sue piadine e le sue cuffie che mi faceva a mano per non prendere freddo in bici”.

“Sai Marco – disse Francesco – tutto sembra lontano, di abbracci con la mia di mamma se ne vedevano poco, bloccata come era da tanti ictus, ma bastavano quegli occhi per calmare tante cose. Sai, per come se n’è andata non l’ho neanche vista riposare in pace, prenderle la mano, dirle chissà che cosa… non lo so… ma dirle qualcosa”.

I due sorseggiarono amaramente una birra, si guardano in faccia senza proferir parola. Poi Marco sbotta: “Dai cantiamo!”.

“Ma sei scemo – disse Francesco io non canto mai, forse potrei cantare con un’altra birra, ma che diamine cantiamo? Ti sembra il posto???

Ogni posto qua è l’ideale per cantare – esclamò il romagnolo – inizio io: A noi che siamo gente di pianura…navigatori esperti di città…il mare ci fa sempre un po’ paura…per quell’idea di troppa libertà. Eppure abbiamo il sale nei capelli…del mare abbiamo le profondità…e donne infreddolite negli scialli…aspettano che cosa, non si sa…Gente di mare…che se ne va…dove gli pare…dove non sa…”

Spettacolo puro, Marco sembra un’unica cosa con la canzone che tanto amava, con il tavolino di Ciotti e Ameri che lamenta prima il chiasso, poi però è proprio Sandro a prender il microfono, cantar qualcosa e poi incitare anche Francesco. “Forza testa di giornalista, facci vedere che sai fare!”

“E quando mi ricapita esser sfidato al microfono – pensò il giovane – ma che canto? A mia madre piaceva il volo, nella canzone che più o meno dice: Chiudo gli occhi e penso a lei… il profumo dolce della pelle sua… è una voce dentro che mi sta portando dove nasce il sole… sole sono le parole… ma se vanno scritte tutto può cambiare…senza più timore te lo voglio urlare questo grande amore… “.

Non convince proprio nessuno Francesco al microfono, anzi Marco gli fa una pernacchia, gli da una pacca sulla spalle e gli dice: “Dai, canta veramente quella che ascolti in questi giorni!”.

Mannaggia, loro lassù tutto sanno e tutto vedono.

No, Marco, non la canto, mi scrivo direttamente le parole per ogni mio buongiorno, per il buongiorno di chiunque pensa che non abbia motivo per aprire gli occhi e iniziare una nuova giornata…anzi, Marco, cantala con me, poi decidiamo a chi dedicarla”.

“Se sei a terra non strisciare mai, se ti diranno sei finito, non ci credere. Devi contare solo su di te, uno su mille ce la fa…ma quanto è dura la salita, in gioco c’è la vita…il passato non potrà tornare uguale…forse meglio…perché no…tu che ne sai…non hai mai creduto in me…ma dovrai cambiare idea…la vita è come la marea…ti porta in secca o in alto mare…come la luna va… Non ho barato né bluffato mai…e questa sera ho messo a nudo la mia anima…ho perso tutto ma ho ritrovato me…uno su mille ce la fa…ma quanto è dura la salita…!”

I due, abbracciati cantando a squarciagola, dimenticano tutto, le ansie, le fregature, la tristezza, si guardano in faccia e ridono. Nessun accenno a Madonna di Campiglio, ne a quel triste San Valentino. Ne hanno già scritto e parlato tanti, ora sono solo due anime che fanno forza uno all’altro, ben sapendo che il traguardo di fine salita è ancora lontano dall’esser raggiunto.

“Marco devo andare, mi hai appena ricordato che laggiù ho ancora parecchie persone da far sorridere, però ti ringrazio, mi ha fatto bene parlare con te, mi toccherà pensarti più intensamente quando riprenderò la bici.”

“Ok – disse Marco – io ho due o tre cose da far qui, prima sfido Coppi, poi faccio arrabbiare Bartali e se capita sfreccio davanti a quell’Ayrton che è sempre triste ma che quando mi vede sorride e canta con me. Sappi una cosa, il Pirata non si ferma mai, perché quando scatto e la salita ha il sapore del trionfo della vittoria, guarda che succede… “

Di botto, ecco una voce celestiale, un eco inconfondibile: “Scaaaatttooo di Pantani… eccoooooo” e appena Marco sale sui pedali è Dezan a colmare quel silenzio.

I due si strinsero in un abbraccio quasi soffocante. Per orgoglio, entrambi con occhi lucidi, fecero finta di nulla.

Ah…piuttosto…Francesco a te piace il calcio giusto…sai che quest’anno lo scudetto lo vince…”

“No no no…taci Marco e che diamine…non si anticipa mai nulla” rispose il giornalista sorridendo.

Le risate spezzarono quell’incontro, le birre furono messe sul conto di Ciotti che poi di rimando le lasciò ad Ameri. La luce iniziò a diradarsi, l’aria che inizio a profumare di primavera fece il resto. Il Pirata e il Giornalista si salutarono con un occhiolino, con le nuove promesse da mantenere.

Rischiò quasi di essere investito da un altro romagnolo che, inseguendo una Ferrari col nome Gilles, tutto spettinato si sente: “Sta arrivando Gresini, diobò, e non ho ancora la pole position su Kato”. Era il Sic che creava scompiglio tra gli angeli.

Francesco ritornò ai suoi pensieri, la mamma, da dietro un roseto, aveva osservato e ascoltato tutto il discorso, non si fece vedere, sarebbe stato troppo presto e tenendo per mano il marito sorrise, mandando il bacio più tenero del mondo.

Di Francesco Fiori

Francesco Fiori è un giornalista sardo, classe 1983, con la passione per il racconto dello sport. Di tutto lo sport. Aveva 6 anni quando, sicuramente errore o destino, ebbe in regalo una semplice radio, senza pensare alle conseguenze successive del pianeta sportivo. Una domenica, finiti i compiti, giocando con quel mezzo, captò la voce roca di Sandro Ciotti. Aveva appena scoperto l’esistenza di Tutto il calcio minuto per minuto. La prima sfida arriva nella stagione calcistica 90/91, quando lo zio, incredibile giornalista locale, gli diede come compito raccontare la giornata calcistica appena conclusa. Quel tema, ad appena 7 anni, risultò migliore rispetto alle tabelline, mai entrate volentieri in testa. Il premio fu la presenza alla gara di cartello della squadra del suo paese, il Ploaghe, due settimane più tardi. Destino volle che la morte prese suo zio proprio il mercoledì prima, innescando in Fiori la voglia di diventare giornalista. A scuola alla domanda “Hai solo il calcio in testa?” rispondeva “No, anche il ciclismo” e gli anni di partite contemporanee la domenica e di Tele +2 col calcio estero crearono un piccolo “psicopatico sportivo”. Tra gli sport di cui si innamora c’è l’hockey americano, soprattutto nella mitologica figura di Mario Lemieux. Poco prima della morte del padre, nel febbraio 2001, Fiori trova su La Gazzetta dello Sport proprio un trafiletto con scritto del ritorno sul ghiaccio di Lemieux dopo aver sconfitto una forma tumorale e un ritiro di 3 anni. Da lì altra promessa, qualora arrivi la possibilità di scrivere un articolo, questo sarà su Lemieux il Magnifico. Diventato ragioniere capisce immediatamente che iva e fatture sono molto più noiose del previsto e la prima collaborazione col giornale “Sa Bovida” gli fanno capire le regole basi del giornalismo, cosa che Fiori ignorava ma che rispettava, chiedendo solo la possibilità di scrivere e far colpo. Chiusa la parentesi Sa Bovida per problemi logistici e di salute dell’immenso Antonio Delitala ecco il primo reale colpo di fulmine, il sito di hockey Nhl Playitusa che non ha un articolo su Lemieux. Il direttore, con una mail che Fiori ancora oggi custodisce, risponde: “Beh, perché non provi a scriverne uno tu?” Il resto è la storia scritta al pc dopo averne scritto 5 pagine in un quadernone a quadretti. Un cambio di lavoro, non per sua volontà, spariglia le carte in tavola, col ragazzo che stando fuori casa tutto il tempo deve abbandonare la scrittura, ma peggio ancora va col primo di 3 ictus che colpiscono la mamma proprio in quel periodo. Tempo al tempo e con un altro cambio di lavoro ecco l’opzione che lo colpisce, scrivere della sua amata Inter sul sito SpazioInter. Gli inizi sono complicati, scrivere secondo le regole e non avere carta bianca lo bloccano un pochino, fino all’esplosione che nel sito si chiama Live. Il Live sarebbe il racconto, minuto per minuto e in contemporanea, della partita in tv e a Fiori tocca esordire con Milan-Inter. Quella sera il divertimento raggiunge le stelle, anzi, le supera e da quel momento l’impegno è triplo, con le perle di interviste a Sandro Mazzola (che risate), Gigi Simoni (che gentilezza) e Riccardo Cucchi, suo idolo radiofonico. Il tesserino da giornalista gli fa mantenere la parola data a 6 anni e ancor più sorprendente è la proposta di essere addetto stampa proprio della squadra locale, andare a vedere quelle partite che il destino gli negarono nel 1991. Si chiede spesso se sia il destino a far scherzi oppure se semplicemente la vita va accettata per quella che è. Il 30 gennaio 2021, dopo un ricovero di un mese con tutte le aggravanti possibili, in ospedale viene a mancare la mamma di Francesco. Il colpo è brutale. Il conto è pesantissimo, la mente lontana, lo scrivere, anche solo un piccolo pensiero sulla giornata calcistica, è di una difficoltà che ad oggi è ancora lontana dall'essere superata. Il resto è storia o noia, dipende da che parte si vuol vedere, dagli articoli su Gazzetta Fan News al raccontare qualsiasi sport, perché per Fiori ogni sport ha un suo eroe e perché ora, con IspirazioneSportiva.com, sarà ancor più spettacolare dar libero sfogo a qualsiasi ispirazione, come dice il nome e come gli ha insegnato Riccardo Cucchi: “Nella vita mai smettere di sognare!”. Anzi, scusate il ritardo! Mail: fcroda@yahoo.it Fb: supermariolemieux pec: francesco.fiori@pecgiornalisti.it