Gio. Giu 11th, 2026

Maledetti, maledizione, dannazione.

Avevo intitolato il pezzo maledetti voi che sognate il Mondiale. Ma non mi suonava bene.

Beato chi lo gioca. E chi lo sogna. Ma noi no.

Oggi iniziano i Mondiali. L’Italia non c’è.

Non abbiamo uno straccio di Federazione, abbiamo un c.t. che ha giocato le ultime 2 partite con i giovani ma mal si sposa con i poteri forti, poiché Silvio Baldini non è corruttibile, non è malleabile e forse non ha faccia da professore televisivo.

Meglio il Ciuffo che se n’è andato in Arabia e che manco lui sa come ha vinto Euro2020.

O quell’altro scontroso che dura due anni ovunque.

Intanto noi il Mondiale non lo giochiamo. Non lo sogniamo, non lo vediamo come paradiso estivo, sia che siamo studenti o lavoratori che riversano sul calcio gioie e dolori di una vita sempre uguale.

Le attuali generazioni non possono capirlo.

Non possono capire i racconti di nonni e papà con gli occhi lucidi a ricordare l’Azteca, il 4-3 alla Germania, l’urlo Riva, Riva, Riva e poi Rivera, Rivera, Rivera.

O quello dei nostri genitori che nell’estate 1982 hanno realizzato il boom demografico con Pablito Rossi, uno che è stato distrutto da innocente (1980) e anziché voltar le spalle alla patria natìa è diventato l’incubo prima del Brasile e poi il mito supremo del calcio italiano.

Ah, beata memoria cortissima che dimentichi in fretta.

E il Mondiale 1990? Se alla radio passa “Un’ Estate Italiana” che poi altro non è che “Notti Magicheeeee” arriva la pelle d’oca, il cuore batte a mille pensando anche a chi non c’è più e che ti ha tramandato questa strana malattia che si chiama calcio.

Quel Maradona, piccolo e crudele, zio Zenga che esce a farfalle ma che, beata memoria cortissima, viene messo in croce nell’unico gol preso nella competizione (la finale terzo/quarto posto era uno spuntino) e i miei sogni nerazzurri/teutonici che a 6 anni guardavano Matthaus come si guarda la donna più bella del mondo e che in quella sfida di semifinale provavo a corrompere mia madre nel farmi andare nel ritrovo dei “grandi”, ben sapendo, lei, che il figlio psicopatico/calcistico già sviluppava una prepotenza pallonara degna dei migliori bisticci.

Li ricordo ancora in quel garage nella via del mio paese d’infanzia (sembra ci manchi chissà quanto ma so solo io quanto manca), una preponderanza di tifo rossonero che diventava tifo azzurro per la Nazionale. Ecco la magia del Mondiale. Avversari per 11 mesi all’anno ma non nel mese delle notti magiche.

Poi Matthaus vendicò gli Azzurri e chi se ne frega se quella finale non è da rivedere visto lo scarso o nullo spettacolo.

E il 1994?

Una parola su tutti: Robertoooooooooooooooooooooo tiraaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa………goooooooooooooooollll!!!

Pizzul San Microfono immenso. Quando c’è la Nazionale non c’è pacatezza, c’è gioia, c’è la voglia di emulare i tuoi idoli in strada, ora che invece in strada ti attraversa un tablet o non so quale diavoleria attuale. Altro che pallone.

Certo, poi il Brasile che stai per maledire ti fa leggere lo striscione per Ayrton e ti ricordi chi e cosa hai pianto in quel 1 maggio.

E il 1998?

Dio mio che dolore. Sento ancora il rumore della traversa di Di Biagio e le bestemmie che Roby Baggio ha lanciato al pallone uscito di un niente al lato di Barthez.

Però nell’aria c’era anche il Fenomeno, che Dio solo sa che ha avuto prima della finale, di fatto l’addio al suo essere marziano.

E il 2002?

La maturità come scuola nello stesso periodo, l’immaturità (mia) nello scegliere tra studiare al meglio economia aziendale o sbavare per Bobo Vieri. Bobo segnò di testa contro la Croazia nella mia decisiva interrogazione e sfiga volle che l’auricolare della radiolina che avevo imboscato nella camicia mi presentò il conto: meglio esultare per il mio Bobo che far capire al prof di essere una persona seria.

E il 2006?

Apice. Top. La casa dei nonni abbandonata dopo la loro morte che diventa il covo del tifo. Il divano ribattezzato Alessandrino in onore di Del Piero (in casa interista), le pizze, le birre, gli amici che oggi purtroppo guardano da lassù ma che durante il torneo erano sulla porta di casa anche senza di me. Successe solo una volta, Italia-Rep. Ceca ore 16. Ero in ufficio. Fui mandato volentieri a casa per evitare che tifando (perché tanto si sa che la partita io trovo il modo di seguirla) potesse volare o il pc o la collega compagna di stanza.

E quel gol di Del Piero preso in diretta col vecchio Motorola? Stavo ancora filmando un cugino che voleva mettere a dura prova l’asse terrestre e le molle del divano saltando dopo il gol di San Grosso, poi… vatti a sentire: CCCCCCCANNAAAAVARO….CANNAAAAVVVVAROOOO, DENTRO PER GILARDINOOOOO… STA ARRIVANDO DELPIEROOOOOO….ALEEEEEEEXXXX DEL PIEROOOOOOOOOOOOOO.

E giù mura, tavoli, baci, abbracci, calci, morsi (quello successo al gol di Totti contro l’Australia di cui ancora oggi nessuno come diamine festeggiammo) e ora il buio.

I flop 2010,2014.

Ma anche peggio.

Non ci qualifichiamo nel 2018 grazie a San Libidine Ventura.

Non ci qualifichiamo nel 2022 grazie a Ciuffo Mancio e ai maledetti rigori di Jorginho.

Non ci qualifichiamo nel 2026 perché oltre a essere scarsi siamo anche tonti, motivando la Bosnia esultandogli in faccia durante i suoi rigori col Galles.

Chi mi restituisce le emozioni del passato?

Chi fa innamorare il ragazzino che oggi preferisce la tecnologia al pallone in strada?

Chi fa mea culpa di avere una Serie A stile torneo da Bar anni 80 e che aumenta prezzi, crea spezzatini, fa diventare opinionisti capre da giardino e che riporta alle poltrone vecchi dinosauri che pensavi fossero estinti?

Maledetti o beati voi… il Mondiale noi lo vedremo col binocolo.

Beati voi che lo sognate!

 

Di Francesco Fiori

Francesco Fiori è un giornalista sardo, classe 1983, con la passione per il racconto dello sport. Di tutto lo sport. Aveva 6 anni quando, sicuramente errore o destino, ebbe in regalo una semplice radio, senza pensare alle conseguenze successive del pianeta sportivo. Una domenica, finiti i compiti, giocando con quel mezzo, captò la voce roca di Sandro Ciotti. Aveva appena scoperto l’esistenza di Tutto il calcio minuto per minuto. La prima sfida arriva nella stagione calcistica 90/91, quando lo zio, incredibile giornalista locale, gli diede come compito raccontare la giornata calcistica appena conclusa. Quel tema, ad appena 7 anni, risultò migliore rispetto alle tabelline, mai entrate volentieri in testa. Il premio fu la presenza alla gara di cartello della squadra del suo paese, il Ploaghe, due settimane più tardi. Destino volle che la morte prese suo zio proprio il mercoledì prima, innescando in Fiori la voglia di diventare giornalista. A scuola alla domanda “Hai solo il calcio in testa?” rispondeva “No, anche il ciclismo” e gli anni di partite contemporanee la domenica e di Tele +2 col calcio estero crearono un piccolo “psicopatico sportivo”. Tra gli sport di cui si innamora c’è l’hockey americano, soprattutto nella mitologica figura di Mario Lemieux. Poco prima della morte del padre, nel febbraio 2001, Fiori trova su La Gazzetta dello Sport proprio un trafiletto con scritto del ritorno sul ghiaccio di Lemieux dopo aver sconfitto una forma tumorale e un ritiro di 3 anni. Da lì altra promessa, qualora arrivi la possibilità di scrivere un articolo, questo sarà su Lemieux il Magnifico. Diventato ragioniere capisce immediatamente che iva e fatture sono molto più noiose del previsto e la prima collaborazione col giornale “Sa Bovida” gli fanno capire le regole basi del giornalismo, cosa che Fiori ignorava ma che rispettava, chiedendo solo la possibilità di scrivere e far colpo. Chiusa la parentesi Sa Bovida per problemi logistici e di salute dell’immenso Antonio Delitala ecco il primo reale colpo di fulmine, il sito di hockey Nhl Playitusa che non ha un articolo su Lemieux. Il direttore, con una mail che Fiori ancora oggi custodisce, risponde: “Beh, perché non provi a scriverne uno tu?” Il resto è la storia scritta al pc dopo averne scritto 5 pagine in un quadernone a quadretti. Un cambio di lavoro, non per sua volontà, spariglia le carte in tavola, col ragazzo che stando fuori casa tutto il tempo deve abbandonare la scrittura, ma peggio ancora va col primo di 3 ictus che colpiscono la mamma proprio in quel periodo. Tempo al tempo e con un altro cambio di lavoro ecco l’opzione che lo colpisce, scrivere della sua amata Inter sul sito SpazioInter. Gli inizi sono complicati, scrivere secondo le regole e non avere carta bianca lo bloccano un pochino, fino all’esplosione che nel sito si chiama Live. Il Live sarebbe il racconto, minuto per minuto e in contemporanea, della partita in tv e a Fiori tocca esordire con Milan-Inter. Quella sera il divertimento raggiunge le stelle, anzi, le supera e da quel momento l’impegno è triplo, con le perle di interviste a Sandro Mazzola (che risate), Gigi Simoni (che gentilezza) e Riccardo Cucchi, suo idolo radiofonico. Il tesserino da giornalista gli fa mantenere la parola data a 6 anni e ancor più sorprendente è la proposta di essere addetto stampa proprio della squadra locale, andare a vedere quelle partite che il destino gli negarono nel 1991. Si chiede spesso se sia il destino a far scherzi oppure se semplicemente la vita va accettata per quella che è. Il 30 gennaio 2021, dopo un ricovero di un mese con tutte le aggravanti possibili, in ospedale viene a mancare la mamma di Francesco. Il colpo è brutale. Il conto è pesantissimo, la mente lontana, lo scrivere, anche solo un piccolo pensiero sulla giornata calcistica, è di una difficoltà che ad oggi è ancora lontana dall'essere superata. Il resto è storia o noia, dipende da che parte si vuol vedere, dagli articoli su Gazzetta Fan News al raccontare qualsiasi sport, perché per Fiori ogni sport ha un suo eroe e perché ora, con IspirazioneSportiva.com, sarà ancor più spettacolare dar libero sfogo a qualsiasi ispirazione, come dice il nome e come gli ha insegnato Riccardo Cucchi: “Nella vita mai smettere di sognare!”. Anzi, scusate il ritardo! Mail: fcroda@yahoo.it Fb: supermariolemieux pec: francesco.fiori@pecgiornalisti.it