Maledetti, maledizione, dannazione.
Avevo intitolato il pezzo maledetti voi che sognate il Mondiale. Ma non mi suonava bene.
Beato chi lo gioca. E chi lo sogna. Ma noi no.
Oggi iniziano i Mondiali. L’Italia non c’è.
Non abbiamo uno straccio di Federazione, abbiamo un c.t. che ha giocato le ultime 2 partite con i giovani ma mal si sposa con i poteri forti, poiché Silvio Baldini non è corruttibile, non è malleabile e forse non ha faccia da professore televisivo.
Meglio il Ciuffo che se n’è andato in Arabia e che manco lui sa come ha vinto Euro2020.
O quell’altro scontroso che dura due anni ovunque.
Intanto noi il Mondiale non lo giochiamo. Non lo sogniamo, non lo vediamo come paradiso estivo, sia che siamo studenti o lavoratori che riversano sul calcio gioie e dolori di una vita sempre uguale.
Le attuali generazioni non possono capirlo.
Non possono capire i racconti di nonni e papà con gli occhi lucidi a ricordare l’Azteca, il 4-3 alla Germania, l’urlo Riva, Riva, Riva e poi Rivera, Rivera, Rivera.
O quello dei nostri genitori che nell’estate 1982 hanno realizzato il boom demografico con Pablito Rossi, uno che è stato distrutto da innocente (1980) e anziché voltar le spalle alla patria natìa è diventato l’incubo prima del Brasile e poi il mito supremo del calcio italiano.
Ah, beata memoria cortissima che dimentichi in fretta.
E il Mondiale 1990? Se alla radio passa “Un’ Estate Italiana” che poi altro non è che “Notti Magicheeeee” arriva la pelle d’oca, il cuore batte a mille pensando anche a chi non c’è più e che ti ha tramandato questa strana malattia che si chiama calcio.
Quel Maradona, piccolo e crudele, zio Zenga che esce a farfalle ma che, beata memoria cortissima, viene messo in croce nell’unico gol preso nella competizione (la finale terzo/quarto posto era uno spuntino) e i miei sogni nerazzurri/teutonici che a 6 anni guardavano Matthaus come si guarda la donna più bella del mondo e che in quella sfida di semifinale provavo a corrompere mia madre nel farmi andare nel ritrovo dei “grandi”, ben sapendo, lei, che il figlio psicopatico/calcistico già sviluppava una prepotenza pallonara degna dei migliori bisticci.
Li ricordo ancora in quel garage nella via del mio paese d’infanzia (sembra ci manchi chissà quanto ma so solo io quanto manca), una preponderanza di tifo rossonero che diventava tifo azzurro per la Nazionale. Ecco la magia del Mondiale. Avversari per 11 mesi all’anno ma non nel mese delle notti magiche.
Poi Matthaus vendicò gli Azzurri e chi se ne frega se quella finale non è da rivedere visto lo scarso o nullo spettacolo.
E il 1994?
Una parola su tutti: Robertoooooooooooooooooooooo tiraaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa………goooooooooooooooollll!!!
Pizzul San Microfono immenso. Quando c’è la Nazionale non c’è pacatezza, c’è gioia, c’è la voglia di emulare i tuoi idoli in strada, ora che invece in strada ti attraversa un tablet o non so quale diavoleria attuale. Altro che pallone.
Certo, poi il Brasile che stai per maledire ti fa leggere lo striscione per Ayrton e ti ricordi chi e cosa hai pianto in quel 1 maggio.
E il 1998?
Dio mio che dolore. Sento ancora il rumore della traversa di Di Biagio e le bestemmie che Roby Baggio ha lanciato al pallone uscito di un niente al lato di Barthez.
Però nell’aria c’era anche il Fenomeno, che Dio solo sa che ha avuto prima della finale, di fatto l’addio al suo essere marziano.
E il 2002?
La maturità come scuola nello stesso periodo, l’immaturità (mia) nello scegliere tra studiare al meglio economia aziendale o sbavare per Bobo Vieri. Bobo segnò di testa contro la Croazia nella mia decisiva interrogazione e sfiga volle che l’auricolare della radiolina che avevo imboscato nella camicia mi presentò il conto: meglio esultare per il mio Bobo che far capire al prof di essere una persona seria.
E il 2006?
Apice. Top. La casa dei nonni abbandonata dopo la loro morte che diventa il covo del tifo. Il divano ribattezzato Alessandrino in onore di Del Piero (in casa interista), le pizze, le birre, gli amici che oggi purtroppo guardano da lassù ma che durante il torneo erano sulla porta di casa anche senza di me. Successe solo una volta, Italia-Rep. Ceca ore 16. Ero in ufficio. Fui mandato volentieri a casa per evitare che tifando (perché tanto si sa che la partita io trovo il modo di seguirla) potesse volare o il pc o la collega compagna di stanza.
E quel gol di Del Piero preso in diretta col vecchio Motorola? Stavo ancora filmando un cugino che voleva mettere a dura prova l’asse terrestre e le molle del divano saltando dopo il gol di San Grosso, poi… vatti a sentire: CCCCCCCANNAAAAVARO….CANNAAAAVVVVAROOOO, DENTRO PER GILARDINOOOOO… STA ARRIVANDO DELPIEROOOOOO….ALEEEEEEEXXXX DEL PIEROOOOOOOOOOOOOO.
E giù mura, tavoli, baci, abbracci, calci, morsi (quello successo al gol di Totti contro l’Australia di cui ancora oggi nessuno come diamine festeggiammo) e ora il buio.
I flop 2010,2014.
Ma anche peggio.
Non ci qualifichiamo nel 2018 grazie a San Libidine Ventura.
Non ci qualifichiamo nel 2022 grazie a Ciuffo Mancio e ai maledetti rigori di Jorginho.
Non ci qualifichiamo nel 2026 perché oltre a essere scarsi siamo anche tonti, motivando la Bosnia esultandogli in faccia durante i suoi rigori col Galles.
Chi mi restituisce le emozioni del passato?
Chi fa innamorare il ragazzino che oggi preferisce la tecnologia al pallone in strada?
Chi fa mea culpa di avere una Serie A stile torneo da Bar anni 80 e che aumenta prezzi, crea spezzatini, fa diventare opinionisti capre da giardino e che riporta alle poltrone vecchi dinosauri che pensavi fossero estinti?
Maledetti o beati voi… il Mondiale noi lo vedremo col binocolo.
Beati voi che lo sognate!

