Gio. Giu 13th, 2024

Il miracolo di San Giorgio

Gli archivi hanno appena decretato la fine del campionato di Prima Categoria in Sardegna. Tutto nella norma, se solo all’interno non ci fosse la bellissima storia di un torneo e di una vita che s’intreccia, intorno a San Giorgio. E badate bene, non è un errore, non è intorno alla San Giorgio, ma stiamo veramente scomodando i santi.

Facciamo un passo indietro di almeno un anno, intorno alla fine del precedente campionato.

Dopo 6 anni di racconti su Facebook della mia squadra locale non sentivo più il fuoco dentro. E in più avevo accettato l’enorme sfida di un ritorno in un ambiente di lavoro dove il commento più gentile di chi avevo accanto era “Tu sei tutto scemo”, ma adoro le sfide e ho scoperto che rimettersi in gioco partendo da zero ha un qualcosa di eccitante.

La sfida interna con la San Paolo era la mia ultima danza, senza rimpianti, uno sguardo al campo sabbioso e tanti grandi ricordi nel cuore.

Da quest’anno niente calcio scritto. Weekend liberi e al massimo solo Genoa e Inter in tv. Tutti d’accordo?

In quel lavoro ci credevo tantissimo. Avevo convinto anche la mia testa che era la strada giusta, quella che magari avrebbe aperto un solco nel futuro. Ma non avevo messo in conto una cosa: la noia.

Nel mondo della ragioneria far bene una contabilità o una busta paga non rappresenta proprio il massimo dell’eccitazione. Vuoi metterla col raccontare di un dribbling da centro campo con palla che si stampa sulla traversa?

Ma avevo preso la mia decisione e promesso a mia moglie che il calcio lo avrei visto solo in tv, senza appunti, senza ansia da prepartita, mettendo tutta la testa sul lavoro. Che magari la testa c’era pure, ma il cuore, zitto zitto, aspettava altro.

Forte di una battuta da bar della stagione prima dissi ad una persona a me cara: “Riuscirei anche io a far un pezzo sul giornale”, frase detta innocentemente ma registrata e inviata. Verso agosto arriva una telefonata che cambia le sorti della storia che sto scrivendo.

Arriva addirittura in un sabato lavorativo, io che al sabato ho solo la radio e la trasmissione “Campioni del Mondo” da stalkerizzare. Nel nervoso di non poter seguire la mia routine alle parole che mi dicevano “Siamo de L’Unione Sarda” ho risposto con un ci sentiamo più tardi. Pensavo fosse un call center e volevo solo rientrare a casa a riposare.

L’Unione Sarda? Avranno sbagliato numero. Hanno detto Unione Sarda e Perfugas, paese distante 30 km dal mio dove c’ero stato anni prima come addetto stampa del Ploaghe. Niente di ché, non avevo chissà quale ricordo e come al mio solito (ascolto un 5% di quello che mi vien detto al cellulare) non ho assolutamente dato peso alla telefonata.

La domenica, in pieno relax campagnolo, con mia moglie intenta a prendermi in giro sulle future giornate senza pallone il pensiero di dover richiamare quel numero, con la profezia di Nostradamus: “Guarda, vedrai che è una fregatura e che al massimo dovrò inviare la formazione a chissà chi. Ma poi, Perfugas dove è? Guarda, fidati, richiamo e fra 40 secondi avrò ragione io”.

Ebbene, dopo la chiamata ho guardato mia moglie, mi son seduto in una sedia e son scoppiato a piangere.

Neanche il giorno del mio matrimonio così. Forse il giorno del Triplete. Ma non così!

Ora tocca a te

Scrivere del Perfugas, ma soprattutto firmare il tutto. Era ciò che sognavo da sempre, non per rispondere a chi mi pensava giornalista per hobby o a quella santa suocera che mi prendeva in giro perché: “Giornalista sarai quando lo leggerò sul giornale”, con buona pace dei tanti articoli sull’hockey o sull’Inter. Ora era una questione di diventar grandi. Quanto ci ho messo ad accettare la proposta? Credo neanche un decimo di secondo. Ma ho chiesto più volte: “Ho capito bene?”.

Così, anche per scaramanzia, da agosto sino al 30 settembre ho tenuto il segreto. Uno perché pensavo che come al solito qualcosa sarebbe andato storto e due perché esser scaramantici è sempre un minimo pregio.

La data della prima firma non sarebbe capitata a caso, il 1° ottobre e quanto sarebbe stata felice mia madre di poter avere un regalo così nel giorno del suo compleanno. Ma la vita ti presenta talmente il conto che, con la partita raccontata al telefono, la mia gioia nel vedere la firma ha avuto la durata di almeno 10 secondi, tempo necessario perché mi arrivasse una brutta notizia (non colpendo me ma una persona che ai tempi mi era cara) e che tutto passasse in secondo piano.

Però la mia firma c’era, era un Perfugas-Campanedda finito senza emozioni con uno zero a zero. E finalmente posso chiamare Perfugas col suo nome, in quanto la squadra si chiama San Giorgio.

Quando l’ho scoperto ho sorriso e ho capito tutto. Da giornalista però non esser sul campo mi ha creato solo ansia, le informazioni quel giorno arrivarono solo grazie ai dirigenti ospiti e da allora ho deciso che era tempo per l’esordio in campo.

Pronti, via, sfida con la futura capolista, sconfitta per 2-0 con due rigori e una preoccupazione per una squadra che di primo impatto mi era sembrata senza cuore, confusa e a tratti impaurita. Dove ero capitato?

Non certo un colpo di fulmine.

La capitale e il bivio supremo

Tra esordio in campo e prime giornate tutto cambia. Sia la squadra della San Giorgio che si prende uno tsunami in piena regola, dal presidente ai titolari, sia nel mio mondo, spedito a Roma per un corso ben sapendo che la preparazione, minima, doveva esser supportata da molta fantasia.

Le energie spese mentalmente si riversarono in campo dove dall’oggi al domani, neanche il tempo di memorizzare i volti, che nuove figure, tra dirigenza e campo, mi si presentavano davanti. Bel caos. In una situazione normale tutti avrebbero predetto che il castello di una neopromossa era lì per lì per crollare.

Prime 5 giornate: tre pareggi e due sconfitte.

Il 29 ottobre la sesta partita stagionale col Badesi si apriva con l’incertezza assoluta. L’impressione era che qualcosa di grande stesse per accadere ma visto che ancora ero un perfetto sconosciuto nessuno poteva sbottonarsi. D’istinto però, vicino a me si presenta un signore (un ragazzo, non è vecchio dai!) distinto e di poche parole. Lo sguardo è curioso e quando sa che sono io il referente della squadra si presenta, quasi timidamente ma allo stesso modo in maniera decisa. Si chiama Stefano Marras, modi gentili di esporsi e il dubbio che subito attraversa la mente: “Vuoi vedere che è lui il nuovo presidente di cui tanto si parla ma che nessuno ancora dice?”.

Non sbagliavo, ma la cosa più bella era l’ennesima partita che inizia con il gol avversario. Però in quella stessa sfida cambia qualcosa, il pubblico, forse la giornata ancora primaverile, sempre in gran numero, inizia a incitare la squadra gridando il nome di San Giorgio e anche in me cambia qualcosa. In rimonta, come nelle belle storie, arrivano il gol del numero 10 Nicolas Goy, tuttofare argentino e poi la rete vittoria di Maaxi “El Toro” Cassinelli. Finalmente era arrivata la mia prima vittoria da giornalista.

A casa la frase “abbiamo vinto” trovò la risposta pronta di mia moglie: “Abbiamo chi?” “Noi della San Giorgio”. Ah, ora ero della San Giorgio? Magari non pienamente, ma finalmente avevo visto il cuore che mancava nelle prime partite.

Questa squadra farà grandi cose vedrai” e poi la voce fuori dal coro: “E il lavoro?” Beh, quello aveva preso una piega inaspettata fino ad un certo punto. Alla testa concentrata al 100% stava arrivando il cuore che pulsava solo per il calcio e per quel mestiere da sempre sognato.

Dicembre, il Babbo Natale mai arrivato

Il campionato prosegue, il lavoro anche. Una delle due cose sta andando tranquillamente in malora. Nella San Giorgio ci sono facce nuove come il portiere Francesco Saragato e l’attaccante Alberto Scannicchio, la difesa è in mano a Omar Lostia (andassi in guerra lo vorrei al mio fianco), Francesco Truddaiu (unico), il muro Romero, Sancis e Pisu, Spanu, che poi andavano ad unirsi ai vari capitani (ne esistono più di uno, anche se in realtà il vero capitano è Alfredo, il guardalinee con occhiali da sole da attore), Giagheddu, Bobo (Vai Bobo!) Buiaroni.

Da come scrivo si capisce che si andava a formare una famiglia agli ordini di Paolo Piga, mister ed ex numero 10 sino alla precedente stagione e dal sinistro letale. Paolo però ha anche un qualcosa di magico. E lo ha in tribuna.

Nelle prime partite, nelle mie partite da sconosciuto, quasi da straniero, piccolo piccolo in un campo grandissimo, non conoscevo anima viva. E neanche i tifosi conoscevano me. Ma accade che in una partita un signore di una certa età al mister suggerisce qualsiasi mossa, vive la partita come uno che ama il calcio più di qualsiasi cosa e son le persone che piacciono a me. All’ennesimo rimprovero verso l’allenatore Piga riesco a incrociare lo sguardo e io timidamente lo abbasso. Poi però mi vien detto: “Lei è un giornalista? Sta prendendo appunti! Sa, io a quell’allenatore posso dire di tutto, è mio figlio!”.

Colpo di fulmine! Quel signore, leggenda del calcio che fu della San Giorgio, si chiama Nicolino e da quella battuta non ci sarà mai partita in cui non sarà al mio fianco (celebre la battuta del mito dei miti Mauro Tedde, idolo, giornalista e tuttologo del calcio isolano che ci disse: “voi siete una coppia di fatto, guai a separarvi!”).

Cavolo, a ripensarci pure gli occhi lucidi mi vengono.

Ma torniamo a dicembre.

Il lavoro è la cosa che ti forgia l’umore. Niente ti cambia più del lavoro. E la mia missione kamikaze si stava rivelando un fallimento. Non c’era possibilità di migliorare, per gran parte colpa mia, perché da quando ho perso anche mia madre ho deciso che se una cosa non vale la pena la si molla e per questo, quando mi hanno detto che ho mollato troppo in fretta ho risposto: “Ho altro a cui tengo”.

Era la San Giorgio. Era la squadra che dopo l’ennesima vittoria, in tribuna con mia moglie (ebbene sì, l’ho trascinata a vedere una partita e magicamente si è divertita) ho esclamato: “Ma perché a lavoro con le buste paga non ho questa testa e questa felicità?”. E ripeto, le colpe me le assumo io, perché se le dovessi dare ad altri mi prendo un daspo grande quanto l’America.

Però a dicembre non riesco a scrivere, ho difficoltà anche solo a mettere a referto una formazione. Il pensiero dell’imminente lunedì mi devastava. Esser sveglio ogni notte alle 3 e non prender più sonno mi stava consumando. Ma, mi dicevo, ho una missione da portar a termine e non era la consulenza o la ragioneria, chiamatela come vi pare, era scrivere della salvezza della San Giorgio, che navigava sempre in zona pericolosa.

Da questa mattina facciamo sul serio, chi vuole sognare lo faccia davvero! Tutti d’accordo? Tutti d’accordo!

Finalmente (anche se brutto dirlo in epoca di difficoltà lavorativa), il mio contratto scadeva a fine gennaio. Giorno più o giorno meno il 30 gennaio avevo perso mia madre nel 2021 e far capitare un’altra cosa brutta non mi avrebbe cambiato la vita. Gli ultimi giorni ho deciso di non salutare proprio nessuno, di isolarmi e chiudermi in me stesso. Un paio di giorni prima Scannicchio e Giagheddu avevano sistemato l’Ittiri, con Danilo Giagheddu che indossando l’11 segnava nel giorno del ricordo di Riva.

Sarò sempre ripetitivo, ma nella mia vita è sempre stato lo sport a salvarmi.

Ci ho messo una decina di giorni a superare la delusione morale, perché se nel lavoro puoi anche non essere eccellente, la persona umana non va mai sfiorata, ma anche qui darei visibilità a personaggi che valgono quanto un pallone sgonfio. E così si arriva alla partita, al gol di Eretta contro il Valledoria, ai tre punti che mi fanno fermare in tribuna, respirare a pieni polmoni, guardare mia moglie e dire: “Io vivo per questo” e la risposta, da saggia donna che mi frega ogni volta:” E’ tornato il Francesco che piace a me”.

Il resto è un puro capolavoro e mi scusi la San Giorgio se non entro nei particolari di ogni partita. Ne vado talmente fiero che obbligo il mio barista-bidone Gavinuccio (mi scusi la citazione) a comprare ogni lunedì l’Unione Sarda. Perché nel mentre, con testa e cuore solo sul calcio, le squadre a me assegnate aumentano, arriva il Porto Cervo, il Berchidda, il Siligo, il Pozzomaggiore, il Latte Dolce, l’Ossese, tutte squadre dove trovo un entusiasmo unico e che mi ricostruiscono il morale. E poi ci son loro. La San Giorgio.

E mi piace scrivere il nome. Mi piace proprio. Mio zio ne sarebbe stato fiero. L’avevo sfidato a 6 anni vedendolo scrivere su La Nuova Sardegna per il Ploaghe. Era l’Ottobre 1990, gli avevo detto che quello che faceva lui l’avrei fatto io. Mancava solo la firma sul giornale. Mi avrebbe voluto con sé in tribuna stampa, sarebbe stato il regalo per i miei 7 anni. È morto 15 giorni prima. Il 15 maggio, guarda caso nello stesso giorno esce oggi questo pezzo.

Oggi l’avrei sfidato ancora. Lui ne La Nuova io ne l’Unione Sarda. Poi l’avrei abbracciato dicendo: “Tutto quello che sono sei tu, ma cavolo, proprio la San Giorgio non è capitata per caso!!!

La San Giorgio è anche ricordare un grande capitano. Ad aprile vengo svegliato da una notizia terribile. L’ex capitano del Perfugas, Paolo Zuncheddu, viene stroncato da un infarto. È l’ennesima botta che raccolgo nel breve tempo, perché se tento (non so se bene, mi perdoni la figlia Valeria) di scriver di lui pur non conoscendolo i miei occhi non sono ancora asciutti dalle lacrime. Poche settimane prima, l’unica ragione per cui facevo comprare il giornale, era volata via. Il giornale serviva per rompere le scatole a zio Carlo, che da tifoso della Torres e della Juve sentiva solo i racconti sulla San Giorgio.

Hai una cosa da ritirarti al bar che ti sta regalando la squadra”, parole di Antonello Ragnedda, il mio primo mentore della San Giorgio. L’omaggio era una sciarpa di calcio e in quel weekend, avrebbe asciugato le mie lacrime. Oh, mica detto di esser capitato in una squadra normale! Ed in effetti ora mi è ritornata la voglia di appendere le mie quasi 100 sciarpe.

Ma di personaggi a cui un abbraccio non mancherà mai ce ne sarebbero a fiumi. Nicola Ancona sorride ancora quando gli ricordo le distinte, Luca Loche è l’addetto stampa che tutti vorrebbero, anche perché il rito del caffe e ammazzacaffè non ha mai prodotto sconfitte. Gli uomini sbarra all’ingresso del campo ti fanno già capire che loro vedranno la partita in posizione da vip, Pierfranco come preparatore ti porta una calma mondiale e tutto poi porta al presidente Stefano, che nella carriera da giocatore è stato portiere ma non ha la follia dei numeri uno, ha la concretezza dei centrocampisti, quindi magari in porta poteva far bene ma a capo della San Giorgio, oltre che della sua azienda Elettrica Marras, può scrivere la storia.

Manca solo la partita della salvezza. San Giorgio-Siligo. E guarda caso entrambe squadre seguite dal sottoscritto, da quello che ormai si identificava in una frase: “Sono Francesco Fiori dell’Unione Sarda”.

Al fischio finale il 3-0 sanciva una doppia festa. Tutte e due le squadre salve e io a memorizzare ogni attimo, ogni saluto, ogni foto e ogni emozione. Perché quella era comunque l’ultima partita in casa e la mia missione era giunta al termine.

E ormai i riti scaramantici c’erano tutti. La giacca della prima vittoria non è stata mai cambiata, il pugno a Saragato in porta idem, ricordare al mister che nel mio passato ero attaccante da zero gol in partita, salutare uno ad uno ogni singolo calciatore dicendo loro qualcosa.

E poi il resto è storia, da nave pronta ad affondare ad un settimo posto da record. Un gruppo in cui anche un giornalista alla prima esperienza ha trovato una famiglia, ed è poco un solo articolo. E’ anche un applauso ad un intero paese che ha sempre sostenuto la San Giorgio. Mio zio mi ripeteva spesso che esser parte di un qualcosa in un paese che non è il tuo è il massimo.

Al saluto finale c’è stato qualche occhio lucido, il mio. La storia perfetta di un campionato raccontato per la prima volta s’era compiuta. Mio zio (lo ripeto) sarebbe stato orgoglioso del carattere della San Giorgio.

Ah, giusto un caso, mio zio di nome si chiamava Giorgio. Lui era il migliore!

E io non avrei potuto chiedere una squadra migliore!

Ed eccolo il miracolo di San Giorgio!

Di Francesco Fiori

Francesco Fiori è un giornalista sardo, classe 1983, con la passione per il racconto dello sport. Di tutto lo sport. Aveva 6 anni quando, sicuramente errore o destino, ebbe in regalo una semplice radio, senza pensare alle conseguenze successive del pianeta sportivo. Una domenica, finiti i compiti, giocando con quel mezzo, captò la voce roca di Sandro Ciotti. Aveva appena scoperto l’esistenza di Tutto il calcio minuto per minuto. La prima sfida arriva nella stagione calcistica 90/91, quando lo zio, incredibile giornalista locale, gli diede come compito raccontare la giornata calcistica appena conclusa. Quel tema, ad appena 7 anni, risultò migliore rispetto alle tabelline, mai entrate volentieri in testa. Il premio fu la presenza alla gara di cartello della squadra del suo paese, il Ploaghe, due settimane più tardi. Destino volle che la morte prese suo zio proprio il mercoledì prima, innescando in Fiori la voglia di diventare giornalista. A scuola alla domanda “Hai solo il calcio in testa?” rispondeva “No, anche il ciclismo” e gli anni di partite contemporanee la domenica e di Tele +2 col calcio estero crearono un piccolo “psicopatico sportivo”. Tra gli sport di cui si innamora c’è l’hockey americano, soprattutto nella mitologica figura di Mario Lemieux. Poco prima della morte del padre, nel febbraio 2001, Fiori trova su La Gazzetta dello Sport proprio un trafiletto con scritto del ritorno sul ghiaccio di Lemieux dopo aver sconfitto una forma tumorale e un ritiro di 3 anni. Da lì altra promessa, qualora arrivi la possibilità di scrivere un articolo, questo sarà su Lemieux il Magnifico. Diventato ragioniere capisce immediatamente che iva e fatture sono molto più noiose del previsto e la prima collaborazione col giornale “Sa Bovida” gli fanno capire le regole basi del giornalismo, cosa che Fiori ignorava ma che rispettava, chiedendo solo la possibilità di scrivere e far colpo. Chiusa la parentesi Sa Bovida per problemi logistici e di salute dell’immenso Antonio Delitala ecco il primo reale colpo di fulmine, il sito di hockey Nhl Playitusa che non ha un articolo su Lemieux. Il direttore, con una mail che Fiori ancora oggi custodisce, risponde: “Beh, perché non provi a scriverne uno tu?” Il resto è la storia scritta al pc dopo averne scritto 5 pagine in un quadernone a quadretti. Un cambio di lavoro, non per sua volontà, spariglia le carte in tavola, col ragazzo che stando fuori casa tutto il tempo deve abbandonare la scrittura, ma peggio ancora va col primo di 3 ictus che colpiscono la mamma proprio in quel periodo. Tempo al tempo e con un altro cambio di lavoro ecco l’opzione che lo colpisce, scrivere della sua amata Inter sul sito SpazioInter. Gli inizi sono complicati, scrivere secondo le regole e non avere carta bianca lo bloccano un pochino, fino all’esplosione che nel sito si chiama Live. Il Live sarebbe il racconto, minuto per minuto e in contemporanea, della partita in tv e a Fiori tocca esordire con Milan-Inter. Quella sera il divertimento raggiunge le stelle, anzi, le supera e da quel momento l’impegno è triplo, con le perle di interviste a Sandro Mazzola (che risate), Gigi Simoni (che gentilezza) e Riccardo Cucchi, suo idolo radiofonico. Il tesserino da giornalista gli fa mantenere la parola data a 6 anni e ancor più sorprendente è la proposta di essere addetto stampa proprio della squadra locale, andare a vedere quelle partite che il destino gli negarono nel 1991. Si chiede spesso se sia il destino a far scherzi oppure se semplicemente la vita va accettata per quella che è. Il 30 gennaio 2021, dopo un ricovero di un mese con tutte le aggravanti possibili, in ospedale viene a mancare la mamma di Francesco. Il colpo è brutale. Il conto è pesantissimo, la mente lontana, lo scrivere, anche solo un piccolo pensiero sulla giornata calcistica, è di una difficoltà che ad oggi è ancora lontana dall'essere superata. Il resto è storia o noia, dipende da che parte si vuol vedere, dagli articoli su Gazzetta Fan News al raccontare qualsiasi sport, perché per Fiori ogni sport ha un suo eroe e perché ora, con IspirazioneSportiva.com, sarà ancor più spettacolare dar libero sfogo a qualsiasi ispirazione, come dice il nome e come gli ha insegnato Riccardo Cucchi: “Nella vita mai smettere di sognare!”. Anzi, scusate il ritardo! Mail: fcroda@yahoo.it Fb: supermariolemieux pec: francesco.fiori@pecgiornalisti.it