La biblioteca di Ispirazione Sportiva raccoglie un libro gioiello: “Gioannfucarlo“, la vita e gli scritti inediti di Gianni Brera, scritto dal figlio del numero 1 del giornalismo, Paolo Brera (morto nel 2019 per infarto) e da Claudio Rinaldi.

Il tesoro di Brera nasce leggendo i capolavori del giornalista, termine anche riduttivo nel caso di Gianni, nato a San Zenone al Po l’8 settembre 2019.

La sua vita narra un epoca a noi sconosciuta, dall’aver vissuto la guerra nella scuola per paracadutisti, alla paura dei primi lanci, fino all’amore per il compianto Fausto Coppi, di cui alla “Dama Bianca” dirà: “Io e Fausto siamo principi della zolla“, per non dimenticare il passato modesto in cui si forgia Brera.

Ma Brera è tanto altro, dalle prime iniziative con l’amata penna, corrispondente di guerra, all’esser cronista in cerca della propria strada, facendo di San Siro uno dei giardini preferiti, rimarcando l’uso del catenaccio contro il noto modulo W-M, per questo visto con disprezzo da coloro che non la pensavano come lui.

Esistono due categorie di giornalisti diceva, quelli che hanno fatto sport e che non sanno scrivere e quelli che sanno scrivere ma non avendo mai giocato neanche a calcio non possono aprir bocca con i commenti.

Brera invece sapeva di calcio per averlo praticato, sapeva di boxe per lo stesso motivo e il povero Gino Palumbo in tribuna stampa a Brescia ne seppe qualcosa, quando dopo un ceffone tirato alla sconfidata subì da Brera un uno-due sugli occhi e un destro al petto, calmando il rivale che l’aveva aggredito.

Brera, conosce chi ha stabilito il record di velocità sui 100 metri?” “Si“, rispose Giuannbrerafucarlo, “Il record è mio quando mi puntarono contro un mitra!” è una delle tante battute argute di un personaggio unico per il mondo sportivo, un numero uno assoluto che poteva spaziare dal ciclismo alla boxe, da un quotidiano all’altro, garantendo, con la sola firma ai suoi pezzi almeno 40.000 copie vendute in più.

Perfetto anche nei racconti da casa, quando cioè nelle Olimpiadi disputate in paesi a lui poco graditi gli si chiedeva di stare davanti alla tv e raccontare gli eventi, riuscendo a percepire cose che noi umani mai avremmo visto se non leggendo i suoi pezzi.

Famosissimi poi i neologismi regalati allo sport, dall’Abatino che inizialmente era Berruti ma che poi venne definitavemente affibiato a Gianni Rivera (sportivamente odiato e poi diventato amico dopo il ritiro) a Rombo di Tuono per Gigi Riva, Bonimba per Boninsegna e poi melina, pretattica, incornare, goleador, eupalla, pedatore, libero e almeno altri 100 termini inventati.

Si rammaricava per l’ultimo incarico, a La Repubblica, perché il quotidiano non usciva il lunedì: “L’unica cosa che mi divertiva fare era la cronaca della partita perché mi consentiva di rivivere lo spettacolo che avevo visto ed entrare in una sorta di trance narrativo per cui inventavo anche delle parole. Ora invece devo fare della filosofia sulla pedata e mi rompo i coglioni“.

Mai banale appunto Brera, diceva e scriveva, parlando di Meazza ormai anziano e decadente: “Gli eroi, quelli veri, andrebbero per tempo rapiti in cielo, così come si usava una volta, che non debbano restare fra noi a morire accorati e offesi alla loro ingistissima sorte“.

La sorte toccò a Brera la dama nera a metà dicembre del 1992, era giovedì 17 e non poteva non mancare alla cena pre natalizia del “Club del giovedì”, dove tra le altre cose nacque l’Arcimatto e dove le persone che con lui facevano serata erano iper selezionate. Il 18, invitato ad un convegno medico sullo sport onora il buon cibo e il vino ma nel tratto di strada che lo riporta a casa è vittima di un incidente stradale dove muore sul colpo, insieme agli amici di una vita Vittorio Ronzoni e Pierangelo Mauri, lasciando un vuoto mai colmato nel giornalismo italiano.