Spiegare chi fosse Sergio Zavoli con un articolo non è cosa semplice. Basti pensare che lui è semplicemente definito: “Il miglior giornalista della Rai”, lui che entra nella sede di Via Asiago 10 nel 1947.
Nato a Ravenna il 21 settembre 1923, sposato con Rosalba Calderon, Zavoli è rimasto vedovo nel 2014, due anni e mezzo dopo, a 93 anni, s’è risposato con Alessandra Chello. Ha una figlia di nome Valentina.

E’ un pioniere dell’utilizzo della radio come mezzo di comunicazione, quando non c’era né acqua e né elettricità per ponti e case crollate dalla guerra, ha l’intuizione di raccogliere cavo elettrico e altoparlante da un magazzino comunale, 2 giradischi e microfoni da Radio Tripoli, crea, insieme a Glauco Cosmi e Mimmo Mainardi, una radio via cavo, disseminando in punti strategici di Rimini la possibilità di essere ascoltato, come Piazza Cavour o Piazza Tre Martiri, sfruttando anche lo sponsor “Il cioccopanna del Bar Dovesi”, con la trasmissione che prende il nome di “Voci della città”.

Nel 1946 racconta le partite della sua città e un Ravenna-Rimini colpisce Giuseppe Bevilacqua, direttore di Radio Venezia e Silvio Gigli, conduttore di Botta e risposta, che immediatamente lo segnalano a Vittorio Veltroni.
Il resto lo fa il fato, Carosio alza un po’ le sue pretese economiche e con Nando Martellini fuori causa per polmonite, spetta proprio a Zavoli far la radio cronaca di Roma-Fiorentina.

La voce ferma ma empatica fa il resto, Zavoli ha un talento naturale e si domanda più volte perché la radio non si dotasse di un linguaggio più moderno, togliendo quel filtro di bugia rappresentato da rumori preregistrati. Prendono vita documentari eccezionali come “La palla è rotonda” del 1955 e “Pedali in vacanza” dell’anno successivo.
Il primo collegamento non sportivo avvenne in “Ingresso libero”, trasmissione della domenica pomeriggio che spaziava tra eventi di costume e concerti e spettacoli, contribuendo a far diventare Zavoli un eccellente documentarista.

Un cronista della vita, curioso e severo nelle domande e nelle risposte che esigeva, ma mai giudice, mai disposto a infliggere condanne, sempre pronto ad ascoltare, a capire e farsi una propria idea. Riesce, Zavoli, nell’impresa di portare un microfono in un monastero di clausura, e ciò gli valse la vittoria del Prix d’Italia nel 1958.
Negli anni cinquanta, assieme a Nando Martellini, inventa un programma che ancora oggi è in auge su radio Rai: ”Domenica Sport”.

Zavoli resta sempre misurato, stimola la discussione, a volte accesa proprio da esso, ma mai un’uscita fuori dai binari. Da un confronto acceso sul doping tra Brera, Fossati e Moretti ha un’idea illuminante nel 1958: creare il Processo alla Tappa per il Giro d’Italia.
La trasmissione, nata nel 1962, dopo che Zavoli è stato regista e voce radiofonica dell’inaugurazione delle Olimpiadi del 1960 (dove la Rai poteva schierare una squadra da sogno del microfono), ha come protagonista campioni e gregari, commentando il dopo gara della corsa rosa, ma non limitandosi solo a questo, narrando le fatiche in diretta dei ciclisti, con la celebre intervista a Lucillo Lievore, nella 21esima tappa del Giro del 66 a Vittorio Veneto, quando una fuga solitaria narrava le angosce di chi ha paura di esser ripreso prima del traguardo.

Mi vien da piangere”, o “Quanto manca all’arrivo, mi prendono”, furono le domande di Lievore a Zavoli che più volte lo avvicinava con un’autovettura, in fuga con 17 minuti di vantaggio sul gruppo, ignorando però la presenza di Pietro Scandelli che vinse quella tappa, con Lucillo a difendere il secondo posto di giornata con un minuto di vantaggio su Bariviera (In sei anni Lievore non vinse alcuna gara e anzi fu maglia nera nel 67 e 71, ma la sua disavventura fu ispirazione di parodie di Bramieri, Vianello e Tognazzi), creando con quell’azione ciclistica e col talento di Zavoli un documento giornalistico incredibile.

Si può e si deve lottare anche per arrivare secondi, terzi, ultimi o fuori tempo massimo. Perché il mondo è fatto di gente che sputa sangue tutti i giorni pur di farcela”, disse Sergio Zavoli, che sapeva esaltare i Lievore allo stesso modo di Gimondi, Adorni, Zilioni e Motta, o quel matto fenomenale di Vito Taccone, vero one man show, con modi schietti ed espressioni dialettali per infarcire lo spettacolo che veniva creato.

Il 31 maggio 1969 Zavoli vive il dramma di Eddie Merckx.
Il campione belga vince il 30 maggio la crono Cesenatico-San Marino, è in testa alla corsa che due giorni dopo arriva a Savona. Con un vantaggio di 1’41” su Gimondi va a dormire tranquillo ma viene trovato positivo e intervistato all’Hotel Excelsior mentre piange in albergo, proclamandosi innocente e scatenando un vero e proprio processo in studio con le eccellenti firme di Ormezzano, Brera, Biagi e Montanelli.

Il Processo alla Tappa è la prima trasmissione a introdurre una vera e propria rivoluzione tecnologica con moviola, radiotelefono per i collegamenti durante la corsa e telecamere mobili installate sulle Fiat 2300, giocando con le domande colte di Zavoli e le risposte, più o meno illuminate, dei ciclisti in corsa.
Disse Coppi a proposito del giornalista di Rimini: “Zavoli è un tipo singolare, non so il perché, cioè lo so e ne sono sbalordito. E’ l’unico cronista che intervistandomi riesce a farmi dire ciò che vorrei tenere per me, ma il suo garbo non mi indispone mai”.

Quella trasmissione andò in onda dal 1962 al 1970, ripresa poi nel 1998 nello spettacolo del Giro di Pantani, ma prima ancora Zavoli fu tra gli ideatori di “Tutto il Calcio Minuto per Minuto”, ma non ritenne che il Processo alla Tappa si potesse riproporre col calcio, su suggerimento di Ameri, idea poi raccolta da Aldo Biscardi anni dopo.
La presidenza della Rai negli anni 80 ripropose la sua meticolosità per ogni parola errata da parte dei cronisti, ma anche fiducia nelle idee, come quella di Massimo De Luca per “Tuttobasket”.

Zavoli è stato voce, cultura e sensibilità in una carriera che è stato un continuo reportage intorno all’uomo, oltre 50 anni di domande piene di saggezza, raccontando campioni come Coppi o Pantani, arrivando però anche ai documentari d’inchiesta sul terrorismo, come “Nascita di una dittatura” oppure “Notte della Repubblica”, un mix di moderatezza signorile e delicata severità, con i consigli da maestro: “Io farei così”, che non sfociavano mai sull’imposizione.

Romanista e presidente del Premio Prisco, Zavoli scherzava sul voler premiare giocatori giallorossi, ultimo fra tutti Florenzi e la corsa dalla nonna, pensieri che poi lo facevano sorridere riprendendo a celebrare campioni e gregari come se non ci fossero differenze.
L’ultima lezione del maestro Zavoli nei suoi insegnamenti: “Non ci sono codici scritti, è sufficiente rispettare se stessi, la professione, il pubblico: la deontologia è questa. Non dire ciò che si vede, lascia far alle immagini se non hai cosa aggiungervi di significativo. Non osannare né infierire. Vincitori, prima di tutto, sono la misura, la responsabilità e il sacrificio. Nella vita, se hai le carte in regola, si può vincere anche arrivando secondi o terzi, persino fuori tempo massimo”.

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