Mario ti devi fermare.

E’ cancro.

Si, quello stesso morbo di Hodgkin che si è portato via tua cugina di appena 22 anni.

Mario non piangere, non esiste montagna che Lemieux non possa scalare.

Mario è un giocatore di hockey. Anzi, è il miglior giocatore di hockey, di cognome fa Lemieux che appunto significa Il Migliore, tutto maiuscolo, anche se lui viene chiamato il Magnifico.

Poco importa, il bozzo che aveva vicino alla gola è un linfonodo, la diagnosi è un pugno in pancia che ti strozza l’aria, sei il numero uno ma hai il cancro, niente paragonato a tutto quello che hai passato precedentemente.

Sta per diventare padre per la prima volta, il pianto è a dirotto.

Mario fermati un attimo, azzeriamo il nastro e spieghiamo chi sei.

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Il Dio dell’hockey

Gli occhi azzurri di un gigante rappresentano un ragazzino timido del Canada, più precisamente del Quebec, nato il 5 ottobre del 1965, minore di tre figli di papà Jean-Guy e mamma Pierrette.

Nella nazione delle foglie d’acero c’è uno sport che è religione, l’hockey su ghiaccio e il piccolo Mario guarda con curiosità i fratelli maggiori che giocano in casa con posate di legno e tappi di bottiglia. Quando viene portato in un negozio di giocattoli, appare normale il colpo di fulmine tra il piccolo e mazza da hockey, Mario la stringe forte, sarà la compagna di vita, di emozione e di dolori.

Il piccolo di casa appare un prodigio, apprende prima l’arte di pattinare di camminare e Jean-Guy per tenere d’occhio Mario costruisce un piccolo campo di ghiaccio nello scantinato, tanto il soffitto è ormai da cambiare per le innumerevoli battaglie tra figli.

Il Canada sta all’hockey come il Brasile al calcio e come in ogni sport appena nasce un prodigio subito volano i paragoni con i più grandi. Con disco e bastone il migliore di tutti è un tale di nome Wayne Gretzky, è una macchina da gol, tanto che l’area di gioco dove è letale è chiamata il “suo ufficio“.

Gretzky sente parlare di questo Lemieux che agli esordi nel mondo ghiacciato sta trascinando tutte le squadre dove milita, facendo impazzire il suo primo fan, Padre Michel Fortin, prete che diventa grande amico del futuro eroe di Pittsburgh.

La prima maglia indossata da Lemieux porta il numero 27, ma su suggerimento del suo futuro agente Bob Perno, Mario opta per il 66, che sarebbe il 99 di Gretzky rovesciato ma anche il monito dell’essere superiore a “quel” 99.

Lo stesso Bob Perno è decisivo per un piccolo favore che fa a Mario, prestargli la macchina per poter uscire con una ragazza che ha fatto breccia nel cuore timido di Lemieux, con Nathalie che diventa prima ispirazione e poi moglie.

La Nhl, la lega nazionale di hockey nord americano, vorrebbe subito Lemieux sul ghiaccio, ma il giocatore del Quebec ha in mente un’altra cosa, battere tutti i record giovanili del proprio idolo Guy Lafleur.

Essere del Quebec è una caratteristica tosta, è l’essere fiero delle origini francesi e di una volontà di indipendenza dal Canada e incitati dal generale De Gaulle devono: “Prendere in mano il proprio destino“. Lemieux lotterà contro il proprio destino.

E’ del Quebec anche un tale che farà sognare la formula uno a modo suo: Gilles Villeneuve.

Tra le leghe minori Lemieux è assolutamente irreale, è inutile giocarci contro talmente il suo dominio è esteso, dai 124 punti (gol + assist) dei Montreal Concordia al salto di livello con i Laval Voisins, con primati abbattuti a suon di reti, con il referto che scrive di 282 punti frutto di 133 reti e 149 assist in 70 partite nel 1983/84, quando la Nhl inizia, nevrotica, a capire come avere Mario.

La Nhl non funziona come il calcio, i migliori prospetti finiscono nelle peggiori squadre e il peggio del peggio in America sono i Pittsburgh Penguins.

La squadra dei pinguini ha scarsa affluenza di pubblico, bersagliata dal poco talento e dalla sfortuna, con tanto di prematura scomparsa del direttore generale in un incidente d’auto e scelte di mercato a dir poco discutibili.

Nel periodo che passa tra i record giovanili di Lemieux (562 punti in 3 anni, un punto in 69 di 70 partite stagionali) ecco che i Penguins iniziano a vendere i giocatori con più talento, questo perché non interessa la prima scelta del 1983, Brian Lawton, ed è meglio proseguire la discesa negli inferi per godere in futuro.

Già, perché se i Penguins sono il terrore di un tifoso che ama la Nhl, alla corsa per il miglior prospetto si aggiunge a tavola New Jersey, con i Devils che sono disastrosi quanto Pittsburgh.

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Giocare per perdere

Incredibilmente si gioca per perdere, Eddie Johnston, nuovo direttore generale, vende il miglior difensore di Pittsburgh, rimpiazza il portiere titolare con il povero Vincent Tremblay che, in appena 4 partite, subisce 24 gol.

L’ultimo posto è garantito. Così come la prima scelta. La lotteria prende il nome di “Lemieux Lottery” e viene abolito il fatto che l’ultima della classifica prende di diritto la prima scelta, che diventa appannaggio di un sorteggio tra le peggiori della Nhl.

Il problema, non di poco conto, è che Lemieux a Pittsburgh proprio non vuole andare.

Basterebbe l’espressione facciale nel giorno del draft, quando con entusiasmo viene annunciato che: “Con la prima scelta i Pittsburgh Penguins scelgono da Laval Mario Lemieux“.

Piccolo particolare, Lemieux non parla inglese ma capisce che la frittata è fatta, si alza, saluta i genitori e torna a sedere, nessuna foto con la nuova maglia e una felicità pari allo zero.

Lemieux è in Nhl, ma il suo sogno sono i gloriosi Canadiens, altro che i Penguins. E’ guerra aperta, da una parte Pittsburgh vende già le maglie col numero 66, facendo infuriare lo stesso giocatore, che per contro rivendica i bassi salari presi da suo padre, chiedendo un ingaggio stellare.

Nel Quebec Mario diventa l’eroe che sfida il sistema, negli Usa invece è paragonato ad uno snob traditore.

Lemieux non conosce mezze misure, ma i suoi rimorsi per il comportamento avuto sin qui gli fanno fare un passo indietro, accettando dopo 10 giorni di trattative e di insistenze, la corte dei Penguins tramite Johnston, anche se Pittsburgh è una città che non ha grandi svaghi, col giocatore che non può neanche andare al bar visto che non ha ancora 21 anni.

Lemieux può esordire in Nhl l’11 ottobre del 1984, prima partita, primo disco toccato, prima finta a disorientare un grande difensore come Ray Bourque, dribbling sul portiere e primo gol, Pittsburgh ha trovato il Salvatore della Patria, il Magnifico.

L’affluenza nel tempio di Pittsburgh passa dagli 8.000 posti scarsi ai 16.000, con Lemieux che pian piano si realizza, prima incontrando l’idolo Lafleur, poi vincendo il titolo di esordiente dell’anno con 100 punti in 73 gare, venendo proclamato poi il migliore nell’All Star Game, primo rookie a diventarlo.

Di contro c’è che i Penguins sono veramente scarsi e, nonostante Lemieux sia prodigo di consigli a sposar la stessa causa, non arriva nessun grande giocatore in grado di dargli una mano, con la lega che quasi si inorridisce nel vedere tutto quello spreco di talento.

Se esiste solo Lemieux, deve far tutto Lemieux, così ecco 4 gol nel capodanno del 1985 per battere i Blues, ma se non gira lui e se gli avversari lo “maltrattano”, le cose vanno male.

La Nhl degli anni 80 non lesina interventi killer e la mole di Lemieux, un metro e 93 centimetri d’altezza, ne fa un bersaglio facile da colpire, con legamenti del polso e ginocchio ko già nelle prime stagioni.

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Gretzky arrivo!

Il chiodo fisso di Lemieux è Wayne Gretzky. The Great One ha tutto, una squadra stellare, vince per 8 anni di fila il trofeo Hart Memorial Trophy (una sorta di Pallone d’Oro calcistico), ma giocando nei fortissimi Edmonton Oilers tutto appare più facile.

Mario deve alzare l’asticella. Ma ancora una volta la schiena lo blocca.

Non solo la schiena, proprio contro gli Oilers rimedia anche una frattura al setto nasale, con un mese di stop.

Ditelo che volete spezzare i sogni di Lemieux.

Lemieux rientra sul ghiaccio con una rabbia tale da far infuocare i ghiacciati palcoscenici della Nhl, in un mese realizza 15 punti, va alla caccia dei primati di Wayne e a fine anno lo supera in classifica, grazie a 168 punti in 77 match, portando a casa i due trofei individuali più importanti, spezzando l’egemonia di Gretzky.

Soprattutto Lemieux migliora giocando proprio con Gretzky, cosa che accade nella Canada Cup, quando i due danno vita ad una sfida contro l’Urss che pare figlia della sfida tra Rocky e Drago, il numero 99 fa assist e il 66 segna, il matrimonio è perfetto

Ma i trofei individuali poco servono, Pittsburgh non si qualifica ai playoff.

Le gioie arrivano solo da serate magiche, i cinque gol in altrettanti modi diversi nel capodanno ’88 sono storia, con Lemieux che segna su rigore, in parità, superiorità e inferiorità numerica, chiudendo poi con una rete a porta vuota nel rotondo risultato di 8-6 contro New Jersey, ripetendo poi uno show simile a San Valentino, quando davanti alla sua Nathalie segna 3 gol contro Buffalo.

In totale son 199 punti in campionato, cifra esorbitante e top in carriera, ma incredibilmente Gretzky in quell’annata si spinge ancora più in là, a quota 215, record imbattuto e imbattibile, grazie anche a 4 partite in più rispetto a SuperMario.

I primi playoff per i Penguins arrivano nel 1989, ma Philadelphia riserva un trattamento al limite della sportività per Lemieux che, già con grossi problemi alla schiena, inizia a veder ridotto il suo apporto sul ghiaccio.

Proprio quando la squadra della Pennsylvania sembra poter fare presenza fissa in postseason iniziano i drammi, prima la figlia del portiere Barrasso lotta (e vince) con un neuroblastoma, poi Lemieux viene fermato per finire sotto i ferri per il dramma della schiena. Quella che a detta dei medici è un’operazione conclusa con successo si rivela l’ennesima base per far vivere Mario nel dolore.

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Più forte del dolore

Il giocatore non riesce a camminare, è costretto a stare a letto e negli Stati Uniti viene preso di mira come piagnucolone e troppo fragile per il mondo della Nhl. Lemieux ascolta in silenzio, i suoi occhi azzurri osservano i modi del nuovo allenatore della squadra, Bob Johnson, che ha un viso bonario e modi rassicuranti, con Pittsburgh che ingaggia anche l’esperto Bryan Trotter, vicino al ritiro, e con la scelta numero 5 al draft mette sotto contratto un tale di nome Jaromir Jagr, uno che andrà a riscrivere i record di longevità sul ghiaccio.

In una stagione regolare che vede Lemieux in campo solo in 26 partite la squadra riesce a tener botta, arrivando prima nella divisione grazie a Mark Recchi che sigla 113 punti, terza nella conference dietro Boston e Montreal, senza avere di certo i favori del pronostico.

Nei playoff però, tirato a lucido, c’è un Mario Lemieux pronto ad infuocare il ghiaccio dopo tutte le sfortune, con 14 punti di sutura rimediati contro Detroit, causa disco in faccia, in una squadra che ritrova il portiere Barrasso e un altro giocatore di nome Ron Francis, altro campione in giallooro.

La cavalcata dei playoff inizia con una battaglia contro i Devils al primo turno, risolta solo all’ultima gara, dopo che New Jersey annulla l’irrisorio gol iniziale di Lemieux vincendo 3-1 gara 1, ringraziando il gol al supplementare di Jagr nella seconda gara e, perso il fattore campo, espugnando la Meadowlands Arena per 4-3 (grazie al decisivo gol di Recchi), perdendo poi sotto i colpi di un altro Lemieux, Claude (nessuna parentela), rimettendo la serie sul 2-2.

Nel momento di accelerare ecco la sconfitta interna in gara 5 e la serie tutta a favore dei Devils, cui manca solo una vittoria.

Il miracolo si compie immediatamente, 4-3 in trasferta con Kevin Stevens e il portiere di riserva, Frank Pietrangelo, sugli scudi. Dopo la paura di esser spalle al muro Pittsburgh decide di esser grande, un rotondo 4-0 con gol di Lemieux decide gara 7 e fa avanzare i Penguins che volano sulle ali dell’entusiasmo.

La finale di division vede la sfida con i Washington Capitals che certamente non fanno paura, ma che vincono a sorpresa gara 1, con Pittsburgh che ha la sua bella gatta da pelare anche in gara 2, risolta solo all’overtime dopo che i Pens vanno in vantaggio per 5-3, si fanno rimontare e ribaltare sul 6-5, fino al pari di Randy Gilhen e successivo gol letale di Stevens al supplementare.

Soffrire nelle partite in casa è la sveglia per Lemieux, a Washington, con Tom Barrasso di nuovo in porta, arrivano due vittorie per 3-1, preludio al 4-1 di gara 5 che chiude la disputa tra le due squadre e fa avanzare Pittsburgh verso la prima finale della Eastern conference, penultimo atto del sogno.

Contro i pinguini ecco i Boston Bruins di quel Ray Bourquefregato” da Lemieux nella sua prima azione in Nhl e senza fattore campo per i Penguins arrivano due sconfitte nelle prime due gare della serie.

Ancora sull’orlo del baratro è tutto l’orgoglio di Lemieux a prendere le luci del palcoscenico, col capitano che sigla 11 punti nelle successive 4 gare con altrettante vittorie, con Pittsburgh che vola nella prima finalissima della Stanley Cup, contro la sorpresa Minnesota North Stars che elimina i campioni di Edmonton.

Le prime quattro partite della finalissima raccontano una perfetta parità, con le due squadre, entrambi mine vaganti, con Minnesota due volte in vantaggio e sempre sconfitta nelle gare pari, ma dalla partita numero 5 Pittsburgh decide che è il momento di lasciare gli scherzi.

Tutta colpa dei North Stars che dopo la vittoria di gara 3, senza Lemieux, non trattiene la gioia e inizia a programmare la sfilata per il trionfo, con la bacheca con i nastri e dicendo al mondo di aver inviato le misurazioni delle dita dei giocatori per l’anello da campioni.

Maledette lingue lunghe, i Penguins vengono a conoscenza di tutto e l’umore, tenuto alto dalla simpatia di Bob Johnson, diventa scintilla sul fuoco.

Alla Civic Arena il 23 maggio i Penguins disintegrano gli avversari già nel primo periodo, con un rotondo 4-1 che diventa 6-4 prima della sfida numero 6 al Met Center.

Qui, se ci doveva essere anche solo un briciolo di speranza per i North Stars, arriva la prestazione che tutti i tifosi, ma anche Lemieux, sognava, 3-0 dopo 20 minuti, 6-0 dopo 40 minuti e incredibile 8-0 finale con un gol e tre assist per il Magnifico, che per la prima volta può sollevare al cielo la Stanley Cup!

La coppa per Lemieux va a lenire tutti i dolori passati sino a quel momento, che ancora saranno niente rispetto a quello che deve arrivare.

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Diventare campioni è un conto, ripetersi un altro

La stagione da campioni in carica per Pittsburgh si apre tra le lacrime. Sembra una maledizione che la franchigia non riesca mai a godere appieno di un successo. Bob Johnson, felice per esser nominato selezionatore del Team Canada ai mondiali, deve superare solo un piccolo esame di routine, per dei fastidi alla testa.

La diagnosi è impietosa, cancro al cervello inoperabile. Johnson, coniatore della frase “It’s a great day for hockey/ E’ un grande giorno per l’hockeyspira il 26 novembre nella sua casa, lasciando un vuoto incolmabile all’interno del team.

Lemieux riprende gli allenamenti ma sente che ancora il 100% della forma è lontana, il mal di schiena è cronico e nessuno è a conoscenza del motivo. Alla precaria salute si aggiungono spasmi muscolari che costringono il cannoniere ad abbandonare il precampionato, col nuovo coach, Scotty Bowman, che resta perplesso sulle reali condizioni.

Mario sul ghiaccio sul ghiaccio perde 16 gare ma questo non limita i suoi numeri da record, con 131 punti in 64 partite vince la classifica dei marcatori, con 8 punti in più del compagno Kevin Stevens e 10 su Wayne Gretzky, ora superstar di Los Angeles.

I dolori però lo bloccano, i playoff per Lemieux vengono giocati perennemente sul dolore. Washington se ne accorge e non lesina qualche colpo duro di troppo, con vittoria dei Capitals nelle prime due partite (in gara 1 Lemieux è costretto al forfait), con Mario che mette a referto due assist in gara 2 per lo 0-2 iniziale che diventa 6-2 finale per i Caps.

Washington sull’entusiasmo va alla Civic Arena per eliminare i campioni e l’inerzia pare tutta a favore con un 2-1 dopo 20 minuti di gioco. La seconda frazione di gioco però è ancora una volta di un giocatore che decide, da solo, che ancora non è momento di arrendersi.

Quel giocatore è naturalmente Mario Lemieux.

Il numero 66 sigla due assist a Mullen e Jagr poi segna due gol prima di far tris a porta vuota nel finale per la vittoria 6-4.

Pare però tutto uno scherzo, Washington umilia Pittsburgh per 7-2 nel gelo locale che vede la quasi certezza di abdicare il trono dei playoff.

E’ di nuovo spalle al muro che Lemieux decide di scalare la vetta chiamata Capitals. Il 27 aprile il Capital Center tutto è bardato a festa, il 2-1 con cui apre il secondo periodo fa ben sperare i padroni di casa, con Lemieux che non è di questo avviso, soprattutto contando su un Jagr in forma splendida che, con due gol, chiude l’incontro sul 4-2 riportando tutto a Pittsburgh.

In terra amica ci vuole ancora un cazzotto sui denti per svegliare i Penguins, i Capitals si portano sul 4-2 con un grande Bondra, azzerando il doppio primo vantaggio ad opera di Stevens. Nel secondo periodo, dopo il gol di Iafrate per i Caps c’è la rimonta locale con Mullen, poi power play devastante e Lemieux prima a far assist per Bourque per il pari poi a segno due volte per il 6-4. Moralmente Washington crolla in questo momento.

Il primo maggio 1992 i Penguins devono espugnare Washington e lo fanno per 3-1, con Lemieux che segna, fa segnare, ed esulta per il passaggio del turno, ora contro i Rangers che già attendono al varco il 66.

L’iniziale gara 1 al Madison Square Garden è una sfumatura di fiducia, i Penguins batte New York per 4-2 ma perdono Lemieux nella successiva sfida, quando dopo poco Adam Graves frattura la mano del Magnifico e viene sospeso per 4 partite.

Senza Lemieux, i Penguins perdono al supplementare gara 2 e 3, con il grande Mark Messier sugli scudi e pronto a prendere il trono del migliore, senza far i conti con un nucleo di giocatori che, senza la stella, si compatta, lotta e sotto 4-2 rimonta e sigla con Francis il gol decisivo del 5-4 al supplementare.

Quella decisiva marcatura è benzina sul fuoco, Jagr è inarrestabile in gara 5 finita 3-2 per i pinguini e poi chiudono la pratica in gara 6 con Tocchet e Francis sugli scudi nel 5-1 finale.

C’è da fare un piccolo sforzo nella conference, contro Boston gara 1 si risolve con l’ennesimo prodigioso gol di Jaromir Jagr all’overtime per il 4-3, poi ecco il miracolo della seconda partita, quando dagli spogliatoi spunta il numero 66, Mario Lemieux è tornato.

Lemieux torna e segna, va in gol due volte nel 5-2 della Civic Arena poi due trasferte a Boston e altrettante vittorie contro i Bruins, sempre per 5-2, con 4 gol di Stevens il 21 maggio e doppietta di SuperMario due giorni dopo.

C’è da avvisare Chicago, avversaria della finalissima.

Pare che per un mistero irrisolto, Pittsburgh goda per complicarsi la vita e in casa prende 3 schiaffoni da Chicago dopo 20 minuti, poi sul 4-1 al gol di Brent Sutter, decide di giocare e pian piano rimonta.

Lo fa con Tocchet per il 4-2 poi lascia spazio alla splendida coppia di terminali offensivi Jagr-Lemieux, con la “Triglia” Jaromir a pareggiare a cinque minuti dalla fine.

Sul 4-4 il momento decisivo è la superiorità numerica dei Penguins, con devastante penalità fischiata a Steve Smith. Il disco, partito dall’ingaggio, vola a 13 secondi dalla fine sul bastone di Lemieux che sigla il 5-4 e fa esplodere l’arena locale, la seconda Stanley Cup s’indirizza in quel momento ancora verso la Civic Arena, o Mellon Arena.

Altro entusiasmo regala Lemieux con una doppietta in gara 2, quando segna una doppietta e promette che per quest’anno Pittsburgh non vedrà sul ghiaccio i Penguins, a significare che a Chicago arriveranno altrettante vittorie.

La promessa verrà mantenuta, Stevens firma l’unico gol nell’1-0 di gara 3 poi la battaglia del primo giugno vede Pittsburgh avanti 2-1 con Chicago che inserisce tra i pali il giovane Dominik Hasek, stella da lì a poco del firmamento Nhl, con pari Blackhawks e nuovo vantaggio firmato Lemieux, con la battaglia che si chiude per 6-5 e che vede Mario poter sollevare al cielo la seconda Stanley Cup.

In questo momento Lemieux è in cima al mondo.

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Il dramma  

Lemieux è sul tetto del mondo, è finalmente il numero uno della Nhl, obiettivo prefissato e raggiunto nonostante gli infortuni. La schiena però continua a dargli problemi ma nonostante questo agli inizi del 1992/93 si vede il Magnifico far man bassa di record, con 38 punti in appena 12 partite e un rinnovo contrattuale di 42 milioni di dollari per sette anni.

Continua a mettere a referto punti su punti, sono 94 dopo appena 35 partite, con l’obiettivo di infrangere la quota record di Gretzky.

Qualcosa però non va.

Mario radendosi nota un piccolo bozzo sotto il mento ma non ci fa caso più di tanto, immaginando sia lo sfogo di qualche colpo ricevuto, ma con la schiena ancora ko a gennaio per un infortunio contro i Bruins, i medici consigliano di dare un occhiata anche al collo perché da piccolo fastidio iniziava a crescere di settimana in settimana.

La diagnosi lascia senza parole. E’ morbo di Hodgkin. Mario ha solo 27 anni.

Lemieux sente quella parola e crolla, è lo stesso problema che si è portato via la cugina di appena 22 anni, le lacrime scendono a fiumi.

Nel tragitto che Lemieux compie dall’ospedale a casa non smette di piangere, lo attende Nathalie che è in dolce attesa di Lauren, con Mario che prova a nascondergli il tutto. Però lo sguardo innamorato che incrocia la sua dea non ha segreti, Mario non trattiene ulteriori lacrime e guarda quel pancione che ha in grembo una bimba di sei mesi, con la paura di non riuscire a sopravvivere.

Con una forza interiore nascosta, Lemieux smette di osservare in silenzio il soffitto, deve fermarsi con l’hockey e quando lo annuncia alle tv lo fa a denti stretti. Altro che piagnucolone, qua c’è un cancro che si è messo contro il numero uno.

Al momento dello stop il numero 66 è in vetta ai cannonieri, a Lemieux serve un motivo per lottare, un sogno per andare avanti e questo lo trova in Pat Lafontaine.

Questi, altro non è che il bomber dei Buffalo Sabres che lo insegue nel primato dei bomber, con Lemieux che, seppur in maniera timida, gli dice di prendere pure il vantaggio che vuole in classifica, perché poi il Re tornerà e saranno ancora dolori per le difese.

La radioterapia è la nuova compagna del ragazzo del Quebec, le radiazioni lo colpiscono vicino al pomo d’Adamo e son terrificanti e, visto che al peggio non c’è mai fine, si scopre che l’operazione alla schiena è andata tutt’altro che bene.

In 30 giorni SuperMario affronta 22 sessioni di radiazioni, subendo un indebolimento delle gambe e perdita del senso del gusto. Il suo viso e il suo morale trasmettevano tristezza, era complicato anche solo tentare di tirargli su il morale.

Nel morbo di Hodking i globuli bianchi, necessari per combattere le infezioni del corpo, diventano inspiegabilmente anormali e si moltiplicano, a scapito di elementi vitali del sangue, causando infezioni, anemia e in fase avanzata tumori del sistema linfatico.

Incredibilmente, Mario ha in testa un altro obiettivo, ogni notte guarda la ESPN per le partite in tv e spera che in ognuna di queste Lafontaine faccia più punti possibili. Più sarà il divario da lui e più forza ci metterà nel riprenderlo. Almeno così vorrebbe fare nei suoi sogni.

La mattina del 2 marzo 1993, Lemieux riceve l’ultimo trattamento di radiazioni. E’ stato lontano dal ghiaccio per 23 partite, con Lafontaine che ora ha 12 punti in più e mancano appena 20 march alla fine.

In calendario quel giorno c’è l’odiato derby con i Flyers, tifoseria che ha sempre odiato Mario, con i Penguins già in viaggio verso Philadelphia.

Quasi quasi vado anche io“.

Saprò giocare ancora bene? Lafontaine preparati, perché quasi quasi, io…

A Philadelphia l’accoglienza per i Penguins è sempre la stessa, un po’ come Roma e Lazio, dagli spogliatoi volano i fischi ma c’è un brusio strano.

Nel sottopassaggio irrompe un distinto ragazzo, lo si nota perché ha un sorriso come un bimbo che ha il giocattolo più bello, ha una valigia grande di speranza, sogno e classe.

Quel bimbo che sorride è Mario Lemieux.

Gioca l’odiato Lemieux? Ora lo fischio sonoramente…anzi…forse…io…”

Lemieux sbuca sul ghiaccio e accade una cosa inaudita per la sponda Flyers. I tifosi ostici lo vedono, vedono colui che sta battendo la malattia e si alzano in piedi, inizia un fortissimo applauso, addirittura con tanto di “Mario!…Mario!…Mario!”

Il Magnifico si stupisce, non può piangere perché ora è anche più forte del cancro.

Gioca.

Segna.

Lemieux in barba ai dolori, ai fastidi e alle lacrime è una Ferrari sul ghiaccio, l’incoraggiamento ricevuto da tantissime lettere lo fa apparire come un eroe, Lafontaine nulla può alla velocità supersonica di Mario che ricomincia a segnare come non mai, lo aggancia in vetta e a fine campionato gli dà un distacco di 12 punti, vincendo il quarto titolo di cannoniere. 

Per osmosi, non è Mario ad aver bisogno del morbo di Hodking per essere famoso ma l’esatto contrario, con la speranza in più a chi affronta lo stesso problema.  

La fiaba è perfetta, 30 gol e 26 assist dopo il ritorno sul ghiaccio di Lemieux, niente lieto fine sportivo a causa del trattamento che gli riservano gli Islanders ai playoff (out anche Stevens), con problemi alla milza che chiudono l’annata di Super Mario. 

Nel 1993 però arrivano anche fiori d’arancio, Mario sposa Nathalie ma soprattutto non dimentica ciò che ha passato, creando così la Mario Lemieux Foundation, nata per dare a chiunque la possibilità di aiuto nell’affrontare la battaglia contro il cancro.

Si occupa in particolare dei bambini che nascono prematuri, uno in particolare di nome Austin, che di cognome fa Lemieux ed è il primo maschietto di casa dopo Lauren, Stephanie e Alexa.

Austin deve affrontare 71 giorni in neonatologia intensiva e la preoccupazione si riversa su Mario che non gioca con la stessa intensità. Il giorno che il piccolo viene dichiarato fuori pericolo Lemieux segna 5 gol a St.Louis nel 1996.

Gli effetti però della radioterapia si fanno sentire in tutta la loro cattiveria, in più nel luglio 1993 Lemieux subisce un’altra operazione, per ernia muscolare con pulizia delle cicatrici e rimozione di frammenti ossei. La stanchezza sta avendo la meglio sul supereroe di Pittsburgh, costretto a poche apparizioni (con gol) ma anche annunciare uno stop di almeno 3 o 4 mesi.

I Penguins hanno ugualmente un buon roster pronto a sopperire all’assenza del loro capitano, con Jagr, Francis e Stevens che mantengono alta la franchigia, cui però manca quel tocco di poesia in movimento.

Nel 1994/95 le lesioni hanno la meglio su Lemieux, con le giornate che diventano più intense tra pesi, tapis roulant, cyclette e manubri, una preparazione minuziosa che a sorpresa dà i suoi effetti nel successivo raduno, quando dopo 530 giorni senza hockey ritorna il Magnifico.

Lemieux vince ancora la classifica dei marcatori, 161 punti in 70 partite, ma nei playoff è il solito becero trattamento a far chiudere anzitempo l’avventura di Super Mario, questa volta contro i Panthers, con la Nhl che s’indigna per il mancato sogno finale tra i Penguins e gli Avalanche vinci tutto che avranno la meglio proprio su Florida in 4 partite.

Nel 1996/97 la classe di Mario è intatta ma il morale no. Il giorno della gara delle stelle dà l’annuncio che nessuno vorrebbe sentire: “Mi ritiro“.

Da quel momento in poi Lemieux riceve standing ovation ovunque, è una camminata verso il paradiso dei giochi, dove le leggende diventano miti ed esempi da seguire.

All’orizzonte le nubi su Pittsburgh sono nerissime.

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Ciao Presidente

Senza Lemieux, che concede un ultimo urlo alla Mellon Arena con un gol agli odiati Flyers in contropiede nei playoff, cala l’affluenza di pubblico nelle gare interne, tanto che la società entra in una crisi profonda che non le consente neanche di pagare l’affitto del palazzetto.

Il problema principale della franchigia si chiama Mario Lemieux. Esatto proprio lui.

I Penguins hanno in Lemieux il maggior creditore, con un debito che arriva a 32,5 milioni nonostante il contratto non rispettato a causa del ritiro. Il proprietario, Howard Baldwin, esclude categoricamente l’estinzione della pendenza e l’ingresso di un nuovo socio, Roger Marino, fa precipitare le cose con il Magnifico che fa causa proprio a quest’ultimo.

Il problema è però che Marino manda la squadra in bancarotta, con la situazione talmente grave che Lemieux, pur portando tutto in tribunale, non può ottenere nulla.

Il cavillo usato da Baldwin sugli infortuni di Lemieux, come causa per non pagarlo, non reggono, in quanto il problema alla schiena non rientra sull’ipotesi di recesso del contratto, opzione stilata proprio nel rinnovo, mentre un possibile stop a causa di problemi alle gambe, sarebbe andato a favore del proprietario.

La realtà è che il proprietario dei Penguins non ha mai investito capitale sulla squadra, intascando i profitti dagli svolgimenti degli eventi all’interno dell’arena, ma non aveva calcolato che da lì a poco i contratti dei singoli giocatori stavano per arrivare alle stelle.

Oltretutto gli avvoltoi sulla franchigia erano altre città interessate al marchio Penguins, con Quebec e Kansas City che spingevano per entrare nella Nhl, spostando proprio i pinguini in un’altra città.

A quel punto Lemieux è ad un bivio.

L’ex giocatore va dal curatore fallimentare Doug Campbell e la situazione che si presenta s’immagina così:

Ciao Doug, non ho i soldi che mi spettano, non ho neanche investitori che credono nei Penguins, ho giusto buona volontà per fare una cosa”.

“Mario che vuoi fare?”

“Salvare i Penguins. I miei Penguins“.

Non esiste esempio di attaccamento tra franchigia e giocatore come quello tra Lemieux e i Penguins. Non esiste perché quando tutto è ormai pronto a fallire Mario ritorna nei panni di supereroe e la tv, tramite il commissioner della Nhl, fa un annuncio che lascia a bocca aperta.

I Penguins hanno una nuova proprietà e un nuovo proprietario che ha deciso di salvare la franchigia e di non spostarla da Pittsburgh. Il nome del salvatore dei pinguini è una vecchia conoscenza dei tifosi, si chiama Mario Lemieux“.

Incredibilmente Lemieux, senza soldi ne investitori, ha messo il suo nome come garanzia, ha intercettato Ron Burkle, un venture capitalist del sud della California, che ha guadagnato centinaia di milioni di dollari nel settore alimentare, spiegando il progetto ambizioso e venendo subito appoggiati anche dalla Fox e acquisendo, il 3 settembre, la proprietà.

Nessuna festa, i Penguins vanno rifondati e anche in fretta.

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Papà chi è quello nella foto?

Il Lemieux proprietario non riesce a sistemare le cose come quando era giocatore, l’amicizia con Michael Jordan lo carica, con l’asso dei Bulls celebre per i colpi di scena.

Passeggiando col piccolo Austin per gli uffici della Mellon Arena una foto incuriosisce il bimbo, è quella che raffigura le Stanley Cup dei Penguins ma la domanda che viene fatta a Mario spiazza tutti.

Papà, chi è quel tizio che solleva la coppa? E’ forte?

Austin, come chi è, sono io! E’ il tuo papà”.

Dai papà non scherzare,tu sei SOLO il presidente dei Penguins, mica giochi“.

Lemieux in quel momento realizza che Austin non l’ha mai visto giocare e che ora, a 35 anni suonati, non tutto è perduto.

Ritornare a mettere i pattini da gioco solo per divertimento è benzina su un fuoco che mai ha smesso di ardere. In un ex atleta è devastante, ne è proprio prova Michael Jordan, che dopo i Bulls è tornato nei Wizards.

Qui però c’è in ballo un’altra storia.

Mica può tornare sul ghiaccio un proprietario di squadra Nhl.

Non esiste montagna talmente grande che Lemieux non può scalare.

Il 7 dicembre Lemieux si allena con la squadra per combattere la noia da proprietario. Stare in ufficio è una tortura, meglio i pattini, meglio sfidare questi presuntosi ragazzini.

Passano pochi giorni, Mario è incredibilmente eccitato, la gente pensa che abbia qualche nuovo investimento per la testa, ma ciò che avviene è incredibile e la conferenza stampa che ne segue lo conferma.

Come sapete mi sto allenando da un po’ di tempo – dice il proprietario dei Penguins – sono in forma e sinceramente preferisco il campo alle dichiarazioni. Certo, tornando sul ghiaccio dovrei ridurre alcune cariche e impegni che ho attualmente nella franchigia, però ecco, sapete, c’è un bimbo che non ha mai visto giocare il papà, quel bimbo si chiama Austin ed il papà è pronto a tornare sul ghiaccio“.

1.344 giorni dopo il ritiro, Mario Lemieux è pronto ad indossare ancora quella casacca che è stata ritirata e che è in bella mostra sul soffitto della Mellon Arena, dopo l’introduzione nella Hall of Fame avvenuta immediatamente, senza i 3 anni canonici di attesa.

Il 27 dicembre, in pieno clima natalizio, Pittsburgh ha il regalo più bello. Contro Toronto non c’è capienza che possa trattenere i tifosi, tv collegate da qualsiasi luogo del mondo e una diretta contemporanea tra Usa e Canada, cosa accaduta di raro e solo per le superstar.

La pressione è alle stelle.

Lemieux ha alle spalle il cancro, gli infortuni, le lacrime, la franchigia da salvare, un disco da spingere in rete. Il boato che segue il suo ingresso in campo è il messaggio di forza contro il male, niente è impossibile se ci si crede.

33 secondi, Lemieux tocca il disco, assist al centro, gol di Jagr, Mario è tornato, Pittsburgh ha di nuovo il suo Re.

Dieci minuti di gioco nella seconda frazione di gara, ad ogni stacco televisivo s’inquadra il numero 66 che pare litigare con la maglia troppo stretta, poi è un attimo, Jagr recupera il disco, lo serve ad un giocatore che lo colpisce al volo e segna, è Mario Lemieux!

Ritorno con gol e due assist, non si può chieder di meglio, ma Lemieux è ispirato, segna a ripetizione come se mai avesse abbandonato il gioco, a fine anno saranno 76 punti in 43 match, media di 1.29 punto a gara, neanche il miglior sceneggiatore può scrivere qualcosa di meglio.

Lemieux constata pure che la biomeccanica applicata al mondo Nhl gli fa bene, lo staff medico lo fa star bene e i risultati si vedono sul ghiaccio.

Bisogna alzare anche l’asticella però.

Il Team Canada verso il 2002 è proiettato alle Olimpiadi di Salt Lake City, quelle invernali. L’oro manca da 50 anni e ora a capo della delegazione c’è Wayne Gretzky. La squadra è fortissima ma manca un tassello di classe, il nuovo coach prende il telefono e manda un messaggio: “Mario, ti voglio come capitano del Canada alle Olimpiadi“.

Lemieux stenta a crederci, è alle prese con l’ennesimo infortunio all’anca e difficilmente può farcela.

Ah, dimentichiamo. Lui è Lemieux, non c’è salita che lui non può scalare.

Mario si presenta tirato a lucido per l’occasione, guida il suo Canada nella finalissima con gli Usa che sognano la medaglia più ambita ma che rimediano una batosta, 5-2, che consegna a Lemieux l’ennesimo trionfo.

Proseguono le sfide per il numero 66, istigato dal giornalista Mark Madden sul far gol direttamente da ingaggio (una specie di palla a due calcistica che fa iniziare le azioni nell’hockey) e gol segnato così contro Buffalo, con conseguente scommessa persa e devoluta alla fondazione Lemieux dal giornalista.

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La nuova era

Lemieux fa da chioccia ad una nuova era che si apre per i Penguins. Arrivano momenti durissimi con gli addii di Jaromir Jagr e Alex Kovalev, ma il draft porta, dopo annate senza successi, l’erede di Super Mario: Sidney Crosby.

La lotteria per il draft 2005 bacia i Penguins che hanno solo 3 possibilità su 48 di avere la prima opportunità di scelta, ma quando il sistema premia Pittsburgh, Lemieux esulta come per la Stanley Cup, Sidney Crosby è il miglior prospetto del momento e manterrà in pieno le promesse.

Lemieux però ha ancora qualcosa da dire sul ghiaccio, nel 2004 guida il Team Canada nella World Cup, giocata proprio nella nazione delle foglie d’acero e, in casa, il cammino è perfetto, sette partite e sette vittorie, con un magico assist del 66 contro la Finlandia nella finalissima, Mario alza al cielo nella standing ovation di Toronto, è il capitolo finale di una carriera leggendaria.

Lemieux si toglie anche un altro sfizio, riesce nell’accordo per costruire una nuova arena, con la Mellon Arena ormai obsoleta, mantenendo così i Penguins a Pittsburgh.

I Penguins ritornano a giocare una finalissima di Stanley Cup nel 2008, ma i Red Wings si dimostrano più forti di una squadra che a Crosby e Malkin (altro super campione arrivato nel draft) aggiungono Marian Hossa che, più esperto, aumenta la potenza offensiva pur arrendendosi a Lidstrom e Datsyuk.

Lo stesso Hossa fa uno smacco al Lemieux presidente firmando in estate proprio con i Red Wings per avere la certezza di vincere la coppa, ma la scelta sarà quanto mai errata.

La magnifica storia di Mario Lemieux aggiunge un nuovo capitolo, arrivano altre lacrime, ma di gioia, la Stanley Cup del 2009 torna a Pittsburgh, con una splendida serie finale contro i campioni in carica di Detroit, con il ghiaccio di Pittsburgh insuperabile e una vittoria nella decisiva gara 7 alla Joe Louis Arena, con Fleury a fermare il capitano delle Ali Rosse a pochi decimi dalla fine della partita, sul risultato di 2-1, con doppietta letale di Max Talbot, che fa piangere il proprietario Lemieux.

Arriveranno altri successi, nel 2016 e 2017 contro San Jose e Nashville, con il comune denominatore di Pittsburgh dell’avere il Magnifico a sollevare al cielo la coppa dei suoi sogni, a gioire per le vittorie e a sorridere per la vita, perché Mario Lemieux ha semplicemente il diritto di vincere.

Francesco Fiori

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