Data di pubblicazione: 27/11/2024
Editore: 66thand2nd
192 pagine
Gigi Riva. Basta nominarlo e in cielo si ode un rombo di tuono. Paolo Piras racconta in maniera magnifica con Vertical il romanzo di Gigi Riva, chi era il giocatore più prolifico della Nazionale e in assoluto la leggenda più grande del Cagliari e di un calcio, a fine anni sessanta, in cui era il numero uno.
Vi riproponiamo l’introduzione del libro e un pezzo del capitolo su Manlio Scopigno per darvi una vaga idea di che personaggi mitologici vengono raccontati. Inutile dirvi che questo libro non può mancare nella vostra personale biblioteca.
“Per molti, nella storia del calcio italiano, Gigi Riva è stato l’ultimo degli eroi. Ai suoi tempi, tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, la televisione non aveva ancora cancellato l’epica dello sport, Il racconto dei testimoni contava più delle immagini. E Riva, nel breve volgere della sua straordinaria carriera, è riuscito a trasformarsi davvero in un personaggio epico, cantato e raccontato da compagni e avversari, tifosi e non tifosi, giornalisti e scrittori. Gianni Brera lo ha chiamato “Rombo di Tuono”, ma è stato Gianni Mura a trovare la definizione più calzante, più letteraria: “Hombre Vertical”. Un uomo che non si piega ai guadagni facili, alle lusinghe dei potenti e alle scelte di comodo. Ancora oggi il nome di Riva evoca insieme la forza e la correttezza, Il talento e l’integrità. Un’isola intera, la Sardegna, lo ha eletto per sempre a monumento della propria identità – lui che non era nemmeno sardo, ma lombardo di Leggiuno, “sponda magra” del lago Maggiore. Perché? Bisogna dipanare con pazienza e stupore tutto il filo della sua romanzesca avventura, dai lutti dell’infanzia allo scudetto vinto col Cagliari (il primo di una squadra del Sud), dalle leggendarie imprese messicane al cammino esemplare come team manager della Nazionale, per capire appieno il percorso di un uomo che ha attraversato la povertà, il dolore, la rabbia, la gioia, la sfortuna, la gloria, l’orgoglio, la serenità, senza mai smettere di essere vertical”.
“Ecco, la compagnia si è formata. L’Armata Bianca ha preso lentamente forma e coscienza di sé. Gli eroi di questa compagnia sono però ragazzi che fumano, bevono qualche goccetto e giocano a carte. Lo stesso Riva non si separa mai dalle sue Muratti, e va a scalare – un pacchetto circa il lunedì, fino all’ultima sigaretta, da fumarsi con lentezza religiosa il sabato mattina: A Scopigno importa che giochino e non tossiscano in campo; del resto, fuma e beve più di tutti loro.
Scopigno è il mentore ideale per questi eroi. Uno che fa vivere l’intera sua panchina in una nube perenne di fumo passivo. Uno che quando è stanco non scende nemmeno dalla camera d’albergo e dirige gli allenamenti dalla finestra, mentre la squadra corricchia nel giardino dell’hotel. Uno che fa imbestialire Nereo Rocco, perché, mentre il Paròn si sbraccia e si sgola in un combattuto Cagliari-Milan, si gira verso il rivale rosso blu e lo trova beatamente appisolato. Uno che sa essere severo e multare salato chi sgarra, ma a scansione casuale e imprevedibile, e più a titolo di esempio. Per questo si scatena il panico nella camera di Albertosi quella notte famosa in cui il mister bussa alla porta, saranno le due o le tre e dentro ci sono Riva, Cera, Longoni e almeno altri tre. (le versioni divergono), impegnati in una interminabile partita a poker, che fumano come caminetti e bevono come pirati; Longoni si butta dentro un armadio; tutti spengono le rispettive cicche sotto il tavolo e le gettano sotto il letto, preferendo il rischio di incendio a quello della fragranza; resta il problema non risolvibile di dove nascondersi in uno stanzino d’albergo. Mandano Albertosi a furia di spinte ad aprire – dopotutto, è camera sua – ed ecco Scopigno farsi largo con cipiglio sonnolento, remando con le mani nella nebbia di fumo. Vede le carte, piglia la sedia che era di Longoni e dice: “Vi secca, se faccio un giro con voi?”
Silenziosissima partita a carte. “Ah, ci sei anche tu?” dice il mister a Longoni che nel frattempo scivola fuori dall’armadio per non morire soffocato. “Qualcuno ha da accendere?”. Un altro giro di carte e va via, e tutto quello che dice all’uscita è: “Quando finite aprite le finestre”. La domenica vincono tre a zero.
Nessun altro poteva tenere sereni questi cavalieri al momento del cimento decisivo, dell’impresa impossibile, se non uno che, nel bailame degli ultimi minuti di una partita tiratissima, veniva raggiunto fin dentro la sua nube di fumo da uno dei suoi ragazzi, forse Cera, forse Greatti, che gli chiedeva, teso e ansante: “Mister, Mister, quanto manca?”. Lui alzò lentamente lo sguardo, levò la sigaretta dalle labbra, inarcò il sopracciglio e rispose: “A cosa?”



