17 marzo 1996, l’Italia calcistica intera si ferma per vedere il Genoa. No, non è uno scherzo. In quel weekend infatti la Serie A è in sciopero perché i giocatori sono in rivolta alla ricerca di un fondo di garanzia, la cancellazione totale ed immediata dei parametri per i trasferimenti dei giocatori a fine contratto, le situazioni di morosità nei confronti di oltre 200 calciatori e una maggior attenzione della Federcalcio e Lega Calcio sugli episodi di violenza da parte degli ultras.
In tutto questo, saltano le storiche trasmissioni Tutto il Calcio Minuto per Minuto, Novantesimo Minuto e Pressing, così alle ore 14.25 in diretta su RaiTre c’è solo Genoa-Port Vale, finale del Torneo Anglo Italiano.
Roberto Sabatino racconta così Noi che vincemmo a Wembley, con chiaro riferimento ai cugini blucerchiati che nello stesso campo versarono lacrime amare contro il Barcellona nella finale di Coppa dei Campioni 1992.
Il torneo, oggi defunto, era l’ultima gara che si giocava a Wembley, con la competizione che vedeva otto squadre italiane, le quattro retrocesse dalla A più quinta, sesta, settima e ottava del precedente torneo di B e altrettante della First Division, tra quelle che avanzavano richiesta alla federazione.
Un Torneo Anglo Italiano che ha visto gente come Batistuta, Bierhoff, Hagi, Vieri, Hubner, Materazzi, Pirlo, Protti, Allegri e allenatori come Ancelotti, Ranieri, Mondonico, Bigon, Simoni e una volta in finale il sapore di Wembley fa il resto, col Genoa che ci arriva dopo una rocambolesca stagione dove manca il ritorno in A e anzi cambia due allenatori, da Radice a Salvemini.
Eroe della finale Gennaro Ruotolo, autore di una tripletta ai danni del Port Vale, in un 5-2 finale che vede anche un Vincenzino Montella sugli scudi, prima del suo cambio di sponda in quel di Genova.
Torneo romantico, tanto quanto la Coppa delle Coppe o la Mitropa Cup, tutto romanticismo che oggi manca al calcio odierno.
Scrive l’Autore:
“Prendi un bambino tifoso del Genoa che però vive in provincia di Como: fallo convivere tra sfottò, amarezze e sogni infranti in mezzo a coetanei milanisti, juventini ed interisti. Di fratelli di fede calcistica simile, con cui condividere tutto ciò, neanche l’ombra. Fagli solo annusare la gloria grazie allo straordinario cammino del Vecchio Grifone di Osvaldo Bagnoli nella Coppa UEFA 91 92, dalla gara thriller con l’Oviedo fino all’epica notte di Anfield Road: il gigante Thomas Skuhravy, i balletti del papero Carlos Aguilera, il senso di appartenenza del capitano Gianluca Signorini (nato proprio il 17 marzo). Poi toglietegli tutto ciò, e condannatelo anche a vivere una cocente retrocessione in serie B. Atroce! Quel bambino sono io, genoano di Rapallo trapiantato sul Lario. Non ho l’accento marcatamente ligure, gli anni in terra lombarda hanno pesato parecchio, ma ho quei due colori, il rosso e il blu, che mi scorrono nelle vene. Tante volte da piccolo ho pensato di seguire la massa, adocchiando il grande Milan o l’Inter: autentiche crisi mistiche da tifoso deluso, che non potevo sopportare, a quell’età, i continui macigni di amarezze che il Genoa sapeva regalarti settimanalmente. Mio padre è Carmine, Maresciallo dei Carabinieri, uomo tutto d’un pezzo e ligio al dovere, pur con la tristezza nel cuore, perché non seguì la sua stessa fede calcistica di tifoso del Como, (beh, anche lui non era messo bene a soddisfazioni), fu l’unico che mi esortò dal mollare la barca che spesso affondava. Mi dedicò pomeriggi con trasferte (per me foresto) allo stadio Ferraris, convincendomi che quella sarebbe dovuta essere la mia squadra. Sempre! Tra i tanti ricordi ed insegnamenti che mi ha lasciato dopo la sua prematura scomparsa nel 2012, questo è uno dei più intensi. Il 17 Marzo 1996 avevo 14 anni, e da poco la retrocessione del Grifone nel campionato cadetto, era stata metabolizzata. Ma quel giorno era il mio giorno: La finale della Coppa Anglo Italiana per me era paragonabile alla Champions League. Stessa ansia la mattina, sguardo fisso sull’orologio aspettando il fischio d’inizio: pensavo al peggio, pur non conoscendo benissimo la storia e la forza del Port Vale (Ah avessi avuto Internet o i social network di oggi…), ovvero l’ultimo ostacolo verso il mio primo trofeo da tifoso genoano Lo volevo come risarcimento morale, lo volevo per sfoggiarlo tra gli amici. Poco mi importava il valore reale di quella manifestazione, per me era semplicemente il Genoa in una finale di Coppa nel mitico impianto di Wembley, laddove avevano giocato leggende del calcio e si erano decisi i campionati Europei e Mondiali. Quel prato fu calpestato dagli scarpini di mostri sacchi come Pelè, Johan Cruijff e Diego Armando Maradona. La mia squadra poteva rispondere con Gennaro Ruotolo, Marco Nappi e Mario Bortolazzi. Per me comunque idoli. “Sei genoano e vorresti anche vincere?”, è ormai lo slogan che ci accompagna e lo farà per sempre. Beh, io quel pomeriggio di metà Marzo davanti alla TV collegato sul canale Rai, sfatai il tabù: Il Genoa vinse 5 a 2, mi gustai con occhi e cuore la scena di Vincenzo Torrente che riceveva la Coppa Anglo italiana dal mitico Enzo Bearzot (il CT del Mundial 1982, il mio anno di nascita) e l’alzava al cielo proprio come nei miei sogni di illuso e romantico genoano. Quel pomeriggio di metà Marzo 1996 la mia squadra vinse, dopo un lungo cammino che l’ha portata nel tempio inglese del calcio. Lo so, fu un fuoco di paglia: me lo aspettavo ovviamente. Ma quei giocatori, quella partita, quelle emozioni le ho ancora tutte dentro. Per questo ho elaborato e voluto condividere con altri appassionati questo cammino raccontato dai protagonisti di allora. Per lasciare i futuri tifosi rossoblù e quelli di oggi, un messaggio personale: è vero, non vinceremo mai qualcosa di enorme, probabilmente, ma la speranza va sempre coltivata. Ah, ultima cosa. Noi poi, a differenza dei cugini, da Wembley siamo usciti con una Coppa…



